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Obama getta la maschera dell’Arlecchino buono e mette l’elmetto da Comandante…

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Obama: gli Stati Uniti fermeranno lo sviluppo di armi nucleari iraniane

Il presidente Usa: «Un Iran dotato dell’atomica darebbe il via una corsa agli armamenti in Medio Oriente»

WASHINGTON (USA) – Gli Stati Uniti sono determinati a fermare lo sviluppo di armi nucleari iraniane. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in un’intervista all’Associated Press. «Un Iran dotato di armi nucleari innescherebbe una corsa agli armamenti atomici in Medio Oriente, cosa che si potrebbe tradurre in un potenziale disastro» ha spiegato Obama.

RAPPORTI CON LA RUSSIA – Obama si è poi soffermato sui rapporti tra Stati Uniti e Russia e in particolare sulla figura dell’attuale primo ministro russo e vero e proprio leader ombra, vale a dire Vladimir Putin. «Putin conserva ancora molto potere. E’ un uomo che mantiene un piede nel vecchio modo di fare affari e uno nel nuovo» ha detto Obama che sarà in visita a Mosca prima del G8.

BIDEN – Negli stessi minuti in cui parlava Obama il vicepresidente Joe Biden giungeva a Bagdad per una visita a sorpresa nella capitale iraniana. Biden si è detto «Ottimista» sul futuro dell’Iraq ma ha poi spiegato che «Molto lavoro resta ancora da fare».

02 luglio 2009(ultima modifica: 03 luglio 2009)

Afghanistan, 4mila marines all’attacco

Il comando Usa: «La più grande operazione aerotrasportata dai tempi del Vietnam»

KABUL – Le forze Usa hanno lanciato l’offensiva «Colpo di spada» nel sud dell’Afghanistan, in quella che è stata definita la più grande operazione aerotrasportata dei Marines dai tempi della guerra nel Vietnam. Nella notte quasi 4.000 fra marines e altri militari americani e 650 soldati e poliziotti afghani sono penetrati a sud della valle del fiume Helmand, una roccaforte dei talebani. L’attacco, appoggiato dagli elicotteri e da una cinquantina di aerei, è la prima grande operazione dei marines dall’arrivo di 21mila rinforzi voluti da Barack Obama in vista delle elezioni presidenziali del 20 agosto.

FEUDO DEI TALEBANI – La valle dell’Helmand, ricca di coltivazioni di grano e soprattutto di oppio (da lì arriva metà della produzione afghana) , è un feudo dei talebani che hanno resistito per anni agli attacchi delle forze Nato guidate dalla Gran Bretagna. Nella regione sono arrivati negli ultimi due mesi 8.500 marines. L’operazione «Khanjar» (questa la parola afghana per colpo di spada) si propone di strappare rapidamente posizioni ai talebani che poi saranno consolidate e difese. «Dove andremo, resteremo», ha assicurato il generale Larry Nicholson, che guida la brigata Afghanistan dei marines. Insomma, non si dovrebbero ripetere gli errori di fine 2006, quando l’offensiva britannica nel distretto di Musa Qala si concluse in una vittoria dei talebani che nel febbraio 2007 recuperarono il controllo della città e vi insediarono un loro governo. Con l’avanzata da terra e dall’aria verso i villaggi in cui sono asserragliati i guerriglieri, per i Marines si profila la più grande battaglia dai tempi di Falluja, la roccaforte dei ribelli iracheni assediata e conquistata nel novembre 2004.

IL RAPIMENTO- Intanto i talebani hanno rivendicato il sequestro di un soldato americano scomparso da martedì e tre militari afgani. «Stiamo facendo tutto il possibile per riportarlo a casa. È stato rapito da forze estremiste», ha detto il portavoce delle forze armate americane Elizabeth Mathias. Nessun dettaglio, però, sul rapimento «per garantire l’incolumità del soldato». Il capitano ha negato che ci sia un collegamento tra il sequestro e l’operazione americana nel paese.

02 luglio 2009

Micheletti, padrone d’Honduras

“Così ho preso il potere”

TEGUCIGALPA – Dottor Micheletti ma chi glielo ha fatto fare di cacciarsi in questo guaio? Non si rende conto di essere perlomeno fuori moda? La stagione dei gorilla in America Latina è passata… Lui sbuffa, sposta nervosamente i fogli che ha appoggiato su una scrivania che gli sta stretta, scalcia mostrando raffinati mocassini che escono, come le sue gambe, da sotto il tavolo, e sbuffa di nuovo. “Qui non c’è stato nessun golpe. È stato il Tribunale ad ordinare all’esercito di prendere quel mascalzone di Zelaya e portarlo fuori dal paese. Volete vedere le accuse? Ci sono diciotto capi d’imputazione contro il vostro eroe democratico. Quali? E io che ne so, chiedetelo ai giudici”.

Scusi dottore, ma il presidente Zelaya non poteva essere accusato e giudicato qui, in Honduras non c’è neppure l’immunità per il Capo di Stato…
“Infatti, gli abbiamo fatto un favore. Invece di metterlo in galera lo abbiamo portato in esilio”.

Quando il presidente golpista dell’Honduras riceve un gruppo di giornalisti stranieri sulla capitale sta scendendo il tramonto e la luce infiamma le pietre rosa della Casa presidenziale, un edificio neomediovale, dalle linee dolci e ondulate, costruito all’inizio del Novecento dall’architetto italiano Augusto Bressani. Dentro è un turbine di riunioni. Al primo piano ci sono gli uffici che s’affacciano su un grande giardino rettangolare. Porte che sbattono, via vai di commessi, politici e ministri appena nominati. In tutto, all’interno, ci saranno al massimo venti soldati.

Entrare non è stato difficile, dopo la mano dura oggi è il giorno della trasparenza nel momento di massimo isolamento del governo golpista. “Insomma aiutatemi”, dice Roberto Micheletti, “aiutatemi voi giornalisti a spiegare al mondo che l’abbiamo fatto per il bene del paese”, e continua a spostare e martoriare la povera scrivania. È un omone, Micheletti, con una grande pancia che troneggia quando apre la giacca, gli occhi piccoli e un volto rubicondo. Ruvido e instintivo quando risponde, s’infuria facilmente.

Ha visto dottore, anche il ministro Frattini dall’Italia ha richiamato l’ambasciatore… “Quando? No, io l’ho salutato l’ambasciatore Magno qualche giorno fa perché aveva terminato il suo mandato. Di Frattini non so niente”. Ma anche Francia e Spagna hanno ritirato i loro rappresentanti. “Senta, sa cosa le dico? Facciano quello che gli pare. Io ho fede, prima o poi mi riconosceranno”.
Penultimo di nove fratelli, Micheletti è figlio di Umberto, un immigrato italiano, di Bergamo, arrivato qui per far fortuna tra le due Guerre mondiali. Roberto è nato nel ‘43, 13 agosto, come Fidel Castro, ma quando s’è buttato in politica ha anche ritoccato la data di nascita per sembrare più giovane, regalandosi cinque anni. Finora era conosciuto per la sua florida azienda di trasporti, ora rischia di passare alla Storia come il presidente fantoccio di un governo improbabile. Mentre parla, prima s’entusiasma perché un collaboratore lo chiama al telefono assicurandogli che Israele e Taiwan l’hanno riconosciuto. “Visto? Non siamo più soli”. Ma è sicuro? “No, ma se me l’hanno detto, sarà vero”. Poi si perde quando arriva la notizia che il Parlamento ha esteso il coprifuoco trasformandolo in Stato d’assedio. Avete proclamato lo Stato d’assedio? “No”. “Ma come no, lo ha appena detto la radio”, incalza una collega americana, “dice che l’esercito può perquisire la case senza mandato tra le dieci di sera e le cinque del mattino”. “Beh guardi – sbotta Micheletti – se lei ha fatto qualcosa di male deve pure aspettarsi che vengano a prenderla a casa”.
Il diritto non dev’essere il suo forte, l’oratoria neppure.

Nel suo bel vestito scuro di taglio italianissimo, Micheletti sta sempre più scomodo mentre anche nella Casa presidenziale si susseguono i rumors. Qualcuno dice che la Oea, l’Organizzazione degli Stati americani, invierà una delegazione per trattare con i golpisti. “Bene – esulta – li accoglieremo a braccia aperte”. Ma scusi dottore, l’hanno avvisata? “No, me lo avete detto voi che viene una delegazione, io non ne sapevo niente”. Qualcun altro annota che dirigenti dei partiti maggiori sono chiusi nell’ambasciata americana per trovare un compromesso che salvi tutti. Una amnistia per i golpisti? “Quale amnistia?”, sbraita Micheletti, “Io non ho commesso reati, leggetevi la Costituzione, eccola qua”. A momenti sorride, anche. Tre ragazze dell’ufficio stampa cercano di mantenere un po’ di ordine tra chi entra ed esce dalla stanza. Micheletti non ci fa neppure caso e si mette a parlare di autarchia. “Possiamo farcela anche da soli”, dice. Senza i prestiti della Banca Mondiale, il petrolio di Chavez, il commercio con i paesi vicini, i beni di consumo che arrivano dagli Stati Uniti con il trattato di libero scambio? A quale classe del paese pensa dottor Micheletti? Così rischiate di tornare indietro di decenni. “Ecco Chavez, buono quello. Ma non capite che io sono il baluardo contro la penetrazione di Chavez in questo paese, gli americani dovrebbero ringraziarmi, altroché”.

S’avvicina l’ora del coprifuoco e il centro di Tegucigalpa si svuota molto in fretta. La gente ha paura, ha l’evidente impressione che Micheletti, l’esercito, i deputati abbiano combinato un pasticcio. Che l’abbiano fatta grossa per sbarazzarsi del “traditore”, di Zelaya, uno di loro, un membro dell’oligarchia che da sempre domina gli affari dell’Honduras, passato al nemico – dicono – per ambizione di potere. “Voleva farsi rieleggere Zelaya, per questo s’è alleato con Chavez e con Daniel Ortega, ed ha concesso ai sindacati un aumento insostenibile dei salari”. Ma si rende conto che lei è diventato presidente grazie all’intervento dei militari e ad una lettera di dimissioni di Zelaya che è evidentemente falsa? “Falsa? Non lo so, non l’ho mica scritta io. Come presidente del Congresso toccava a me entrare in questa Casa presidenziale. L’ho fatto per il paese”.
La gente non si fida di Micheletti. Le sue ambizioni presidenziali erano note. Ha corso anche per le primarie ma è stato battuto e accusato di corrompere i giudici della Corte suprema per fermare un altro candidato più popolare di lui. “Sono a interim”, giura. “Faremo le elezioni e io me ne andrò”.
Come farà ad andare avanti se nessun paese vuole incontrarlo, né ascoltare le sue ragioni, non lo sa. S’affida alla fede. Non si sente neppure isolato, Micheletti. “Ho il sostegno e l’affetto dell’80 per cento degli honduregni”, spara ad un certo punto. Ma non s’è accorto di aver messo il suo paese in un vicolo cieco? “Ma quando mai, qui non c’è stato nessun colpo di Stato”.

Mentre lasciamo il palazzo si sparge la notizia che è stata tolta l’energia elettrica ad una radio che ha trasmesso una intervista a Zelaya, il presidente estromesso. La censura morde sui mezzi di comunicazione che non s’allineano al nuovo potere. Tutti esagerano, da una parte e dall’altra e verificare le informazioni diventa sempre più difficile. L’ultimatum delle 72 ore dell’Oea scade domani. Ma Micheletti ripete che non c’è nulla da trattare. “Che vengano ad incontrarci – conclude – gli spiegheremo cosa è successo e gli faremo vedere i documenti che accusano Zelaya. Abuso di potere, tradimento delle patria… “Ce n’è, ce n’è. Sono diciotto capi d’imputazione, mi dicono. E smettetela di chiamarmi dottore: io sono il Presidente”.

(3 luglio 2009)

Mousavi: «Il nuovo governo è illegittimo»

Il leader dell’opposizione chiede di liberare «i figli della rivoluzione».

TEHERAN – Il nuovo governo iraniano è «illegittimo». La denuncia è del leader dell’opposizione Mir Hossein Mousavi ed è stata affidata al suo sito internet. Due giorni dopo che il Consiglio dei Guardiani ha definitivamente sancito la regolarità della riconferma di Ahmadinejad, Mousavi torna a invocare la resistenza, respinge ogni compromesso e chiede alle autorità di liberare tutti «i figli della rivoluzione (le persone arrestate durante le proteste, ndr) e di rimuovere le limitazioni sui siti web e sui giornali moderati». «È nostra storica responsabilità continuare la nostra protesta e non abbandonate i nostri sforzi per difendere i diritti della nazione» scrive Mousavi.

AHMADINEJAD – Dal canto suo il presidente Mahmud Ahmadinejad ha ribadito che la sua rielezione è «una grande vittoria per il campo anti-imperialista». «D’ora in poi affronteremo le questioni globali con maggiore forza» ha detto Ahmadinejad al ministro dell’Energia del Venezuela, Rafael Ramirez. L’Iran e il Venezuela staranno l’uno a fianco all’altro «fino alla vittoria finale», ha detto ancora il presidente iraniano.

FRATTINI – La tensione con la comunità internazionale dunque non accenna a stemperarsi. Il capo delle forze armate di Teheran, Hassan Firuzabadi, ha detto che i Paesi dell’Unione europea «non sono più qualificati per avere trattative con l’Iran, a causa delle interferenze e dell’ostilità che hanno mostrato verso la nazione». Il ministro degli Esteri Franco Frattini ritiene tuttavia che «bisogna esplorare i margini utili per riprendere la strada di un dialogo sul dossier nucleare, anche se le possibilità si sono ridotte». «Oggi la palla è nel campo delle autorità iraniane: sta a loro fermare le violenze e dare una risposta alle offerte di dialogo, a patto che Teheran non compia violazioni di diritti assoluti e universali» ha detto Frattini alle commissioni Esteri riunite di Camera e Senato.

MEDICO SOTTO INCHIESTA – Ma la stretta di Teheran contro l’opposizione e la stampa continua. Arash Hejazi, il medico fuggito in Gran Bretagna dopo essere stato testimone dell’uccisione di Neda Aqa-Soltan durante i disordini a Teheran, è stato messo sotto inchiesta dal ministero dell’Intelligence iraniano. Hejazi ha detto di essere l’uomo che nel filmato diffuso in tutto il mondo cercava di rianimare la ragazza colpita da un proiettile e ha accusato un miliziano Basiji di avere sparato. Il capo della polizia Ahmadi-Moqaddam ha invece affermato che il medico ha fatto «un polverone» con le sue dichiarazioni, aggiungendo che la morte di Neda «è stata una messinscena che non ha nulla a che vedere con i disordini». Per questi motivi, ha aggiunto, il dottor Hejazi è stato messo «sotto inchiesta dal ministero dell’Intelligence e dall’Interpol».

01 luglio 2009