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L’amico Francesco Mancinelli ci segnala i seguenti interventi.

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Un dibattito sulla destra


Alain de Benoist/Dominique Venner (2006)


Scritto da Novopress in Politica in data 01/09/2009


L’intervento di Dominique Venner

Anche quando non le si condivide, anche quando irritano, le riflessioni di Alain de Benoist mi sono sempre sembrate stimolanti. Dopo aver letto l’intervista sulle destre francesi realizzata con Michel Marmin nell’ultimo numero di “Éléments”, confesso la mia perplessità. Da parte di Alain de Benoist, su un argomento del generale, ci si aspetterebbe un’altra cosa, una vera riflessione e un po’ di distacco. Prima di entrare nell’esame di asserzioni polemiche e di anacronismi storici, parecchie domande vengono spontaneamente alla mente. Come si può dedicare tempo ed energia all’enorme lavoro di compilazione delle 2478 pagine della Bibliographie générale des droites françaises e confessare implicitamente su “Éléments” di provare per quella stessa destra solo avversione e disprezzo?

È una prima contraddizione che lascia stupefatti. Secondo mistero suggerito dal titolo su cinque righe che presenta l’intervista di “Éléments”. Questo titolo riprende una frase di Alain de Benoist piuttosto sorprendente. Cito: “Da almeno un quarto di secolo non mi riconosco più in alcuna famiglia della destra francese”. La sottolineatura della patola alcuna è mia. Fino ad oggi, pensavo che Alain de Benoist fosse il principale teorico di una corrente di idee che ha a lungo rivendicato la denominazione “Nuova Destra” (Nouvelle Droite). Lui stesso ha scritto un’opera celebre, recentemente riedita a sua cura, sotto il titolo Visto da destra (Vu de droite). Da ciò la mia perplessità e la mia domanda: Alain de Benoist si riconosce sempre nella Nuova Destra? Corollario a questa domanda: mai, nel corso dell’intervista, Alain de Benoist fa allusione a quella “Nuova Destra”. Ritiene che essa sia estranea alla destra, oggetto dei suoi sarcasmi, oppure che sia una nuova sinistra?

Tengo a precisare che a mio parere la dicotomia politica e ideologica destra-sinistra perde oggi molta della sua forza a causa dell’inizio della decadenza dell’ideologia illuministica che ne fu la causa. Nondimeno, soprattutto in Francia, paese superpoliticizzato, essa continua a svolgere il suo ruolo di discriminazione tra le mentalità profonde.

Alain de Benoist pensa che “non esiste un criterio concettuale che possa servire da denominatore comune” alla destra. Io non lo penso così. Credo che esista, sin dall’Illuminismo, una tipologia mentale di destra e che essa sia definita dal rifiuto della tabula rasa. Ogni pensiero di destra discende dalla sensazione che gli uomini esistano prima di tutto in quanto portatori di un’eredità collettiva specifica. Idea rifiutata dalla sinistra, per la quale ciascun uomo è in sé un inizio, un soggetto autonomo che non deve niente a delle radici, a un’eredità, a una cultura, a una storia. Al massimo gli si riconosce un condizionamento sociale di cui è suo compito liberarsi. Liberazione è la parola-chiave della sinistra, così come eredità (o radici) è la parola-chiave della destra. Ciò implica, incidentalmente, che persone di sinistra scivolino a destra (consapevolmente o meno) quando si scoprono delle radici. Una dolorosa indignazione domina la lunga requisitoria di Alain de Benoist.

La destra, che nel XIX secolo aveva pensatori brillanti, è diventata un deserto intellettuale. Ebbene, dice, “le cose non vanno allo stesso modo nella destra italiana, spagnola o tedesca, come testimoniano gli esempi di un Giovanni Gentile, di un Ortega y Gasset, di un Ugo Spirito, di un Vilfredo Pareto, di un Oswald Spengler, di un Max Weber, di un Othmar Spann o di un Carl Schmitt”. Stavo per proseguire la lettura approvando. Poi mi sono fermato per un momento. Di chi ci si sta parlando? Cosa vengono a fare questi pensatori in una comparazione speciosa con la Francia odierna? Essi hanno conosciuto la loro gloria negli anni Venti e Trenta. A quell’epoca, e ancora ben oltre, anche nella destra francese c’erano intellettuali di alto livello che avevano un’udienza pubblica. Un po’ più in là, Alain de Benoist lo riconosce e ne cita qualcuno: Julien Freund, Jules Monnerot, Thierry Maulnier, Stéphane Lupasco, François Perroux, Louis Rougier, Raymond Ruyer. Alain de Benoist prosegue sottolineando che i grandi intellettuali francesi ai quali ha fatto allusione sono morti “senza essere stati rimpiazzati”. Osservazione esatta. Ma qual è la ragione di questo vuoto, una volta scomparsa la generazione che ha avuto vent’anni fra il 1930 e il 1940? Alain de Benoist non lo dice. Eppure la risposta la conosce. Il vuoto è stato programmato da due implacabili epurazioni seguite da un eterno ostracismo.

In meno di vent’anni, a seguito di quella che Ernst Nolte ha definito la guerra civile europea, iniziata nel 1917, la “vera destra”, come dice Alain de Benoist, ha subito due sconfitte storiche e due epurazioni da cui non si è mai ripresa, se non elettoralmente con il Front national, a proposito del quale Alain de Benoist non dice una parola. Tutto è incominciato nel 1944-45, sotto l’egida, occorre ricordarlo, del generale De Gaulle, che inviò al patibolo o in prigione un numero elevato di intellettuali, giornalisti, scrittori e accademici. L’operazione è ripresa a partire dal 1960, in modo meno feroce ma sempre per iniziativa del medesimo personaggio. I beneficiari sono stati prima di tutto il partito comunista, poi i sessantottini e i loro successori. Dopodiché sono stati ammessi nel dibattito pubblico esclusivamente coloro che non disturbavano. Alain de Benoist ne sa qualcosa, lui che ha fatto tanto per dialogare con avversari che alla fine gli hanno proibito di discutere e persino di pubblicare. Ci si chiede quindi come gli sia possibile non dire una parola su una realtà schiacciante che non deve niente a un’eventuale mancanza intellettuale della destra, mentre invece la spiega. I giovani talenti capaci di assicurare un rinnovamento nelle professioni intellettuali raramente vanno ad arruolarsi sotto bandiere che escludono ogni speranza di successo sociale e professionale. Fra gli innumerevoli rimproveri di cui l’intervista di “Éléments” inonda la malcapitata destra, lascia spesso interdetti la scelta delle argomentazioni. Dice Alain de Benoist: “A partire dalla fine della Prima guerra mondiale, la destra si è gettata a testa bassa nella lotta contro il comunismo”. Era così assurdo? “All’epoca della guerra fredda, per paura di quel medesimo comunismo, che avrebbe dovuto considerare un concorrente piuttosto che un nemico, [la destra] si è dichiarata solidale con un “mondo libero” che consacrava la potenza dell’America…”. Alain de Benoist pensa sinceramente che l’Armata rossa di quel tempo, che dopo aver violato senza sollevare scalpore due milioni di donne tedesche nel 1945 occupava metà dell’Europa, schiacciando nel sangue la rivolta di Berlino nel 1953, quella di Budapest nel 1956 e quella di Praga nel 1968, non fosse una minaccia? Un semplice “concorrente”, il comunismo? Davvero? Per Alain de Benoist, l’anticomunismo fu dunque il colmo dell’idiozia politica. E così, preoccuparsi oggi dell’immigrazione o dell’islamismo gli sembra la prova della stupidità congenita della destra. Sarebbe, secondo lui, “un atteggiamento veramente suicida”.

Mi viene voglia di porre una nuova domanda: farsi carico della questione decisiva del futuro degli europei, preoccuparsi delle inquietudini e delle sofferenze dei francesi più diseredati, di coloro che sono sottomessi, senza averlo voluto, alle realtà di un paese sempre più invaso, è “impolitico”? Non è piuttosto la chiusura nel sogno di una solidarietà con un illusorio “Terzo Mondo” ad essere impolitica? “La maggior parte delle persone di destra”, rimpiange Alain de Benoist, “non ha idee ma convinzioni […] La destra ama le risposte più delle domande […] per questo raramente ha una testa filosofica […] Da ciò l’assenza di autocritica e di dibattito […] A destra ci si compiace di non “rimpiangere niente” e soprattutto non gli errori che si sono commessi”. Per Alain de Benoist, la fedeltà è un segno di stupidità? Giro la mia domanda in modo diverso: per una famiglia di idee ostracizzata, qual è dunque la qualità politica primaria? Non è proprio il possedere convinzioni che nessuno può intaccare, piuttosto che girarsi a tutti i venti? Su un altro piano, Alain de Benoist pensa seriamente che sia necessario, per una famiglia politica, avere “una testa filosofica”? Eppure sa che i filosofi di rado vanno d’accordo con la politica. Quando Platone ci ha provato, è stata una catastrofe. E il re di Prussica Federico II, grande consumatore di filosofi, diceva ridendo che, per punire una provincia, gliene avrebbe dato uno per governarla. Piuttosto che avere “una testa filosofica”, non è auspicabile avere una testa politica? Tenendo di vedere le mie domande volgere in litania, le interromperò su un ultimo interrogativo. Fra tutte le sue lagnanze contro la destra, Alain de Benoist cita il nazionalismo, contro il quale eleva la più ferma condanna. Ricordiamoci che questa passione collettiva è nata a sinistra nel solco della Rivoluzione francese e del risveglio delle nazionalità. Essa ha in seguito oscillato verso destra, producendo una miscela dalle conseguenze positive e negative che potrebbe essere analizzata storicamente. Ma criticare le derive del nazionalismo, percepirne i limiti, deve condurre a condannarne l’essenza, vale a dire un olismo nell’era delle masse? Non è così, però, che lo concepisce Alain de Benoist, nell’intervista di “Éléments”, quando dice che “il nazionalismo altro non è se non un individualismo collettivo”. Ho addebitato questa definizione ad un certo gusto del paradosso, e senza dubbio ho commesso un errore. Il nazionalismo, si legge infatti in seguito, “ha fatt[o] cadere [la destra] nella metafisica della soggettività, malattia dello spirito sistematizzata dai moderni, facendole perdere nel contempo la nozione di verità”. Suppongo che si tratti di una sorta di scomunica solenne. Con mia grande vergogna, confesso tuttavia che il suo significato mi sfugge. Sarei dunque lietissimo, caro Alain, di approfittare dei Suoi chiarimenti.

Dominique Venner

La risposta di Alain de Benoist alle critiche di Venner

Dominique Venner sembra stupirsi che io critichi la destra. È il suo stupore a stupirmi. Per quanto ricordo, credo di averla sempre criticata ogni volta che ho ritenuto necessario farlo, anche in scritti giovanili di cui non ho motivo oggi di andare particolarmente fiero. Giusto trent’anni fa, Philippe Héduy aveva pubblicato nel primo numero della rivista “Item” i risultati di una grande inchiesta sulla destra. Il mio contributo vi si apriva con le seguenti parole: “La destra è morta. Se lo è ben meritato”. Nel 1988 ho lanciato la rivista “Krisis”. Il suo primo numero la definiva una rivista “di sinistra, di destra, del fondo delle cose e del mezzo del mondo”. In altre occasioni, mi è capitato di definirmi “un uomo di sinistra di destra”, o ancora un uomo che ha valori di destra e idee di sinistra. Potrei citare altre formule di questo genere. Esse significano che non ho mai accettato di identificarmi in una sola famiglia politica, che ho sempre scelto di prendere ciò che mi pareva buono là dove si trovava. Approvo la destra o la sinistra ogni volta che esse meritano, a mio parere, di essere approvate; critico la destra o la sinistra ogni volta che esse meritano, a mio parere, di essere criticate, perché, beninteso, se ho frequentemente criticato la destra, ho altrettanto frequentemente criticato la sinistra. Critica positiva, nell’uno e nell’altro caso.

Un pensiero degno di tal nome non procede altrimenti. Sono adesso quarant’anni che proseguo, a tempo pieno e senza la minima interruzione, un lavoro di studio e di riflessione di cui non ho mai calcolato preventivamente il punto di arrivo. Nel corso di questi quarant’anni, mi sono sforzato di costruire una filosofia politica senza preoccuparmi di piacere o di ottenere riconoscimenti da chicchessia. Sono assolutamente consapevole del fatto che il mio itinerario, fatto di approfondimenti successivi, ha potuto sorprendere o deludere alcuni, così come ha potuto affascinarne o entusiasmarne altri. Diceva Ernst Jünger: “È ribelle chiunque è messo dalla legge della propria natura in rapporto con la libertà”. La libertà di spirito impedisce di identificarsi nelle fazioni. È la fonte di molte amicizie e di molte inimicizie. Per quanto mi riguarda, ho adottato da un pezzo la “regola d’oro” di Lichtenberg: “Non giudicare gli uomini in base alle loro opinioni, ma in base a quel che le loro opinioni hanno fatto di loro”. Lo spartiacque sinistra-destra è nato dalla secolarizzazione “orizzontale” di antiche categorie “verticali”, di carattere teologico. Oggi è diventato completamente obsoleto. Come ha ben dimostrato Costanzo Preve, il processo di costituzione di un capitalismo senza classi, cioè di un capitalismo nel contempo postborghese e postproletario, costituisce la base materiale del declino storico della distinzione destra-sinistra, la chiusura del grande racconto narrativo di cui essa è stata portatrice. Non approfondirò in questa sede i limiti di questa tassonomia, che ho studiato altrove. Nato con la modernità, questo spartiacque (1789-1989) scompare assieme ad essa, il che significa che non costituisce più una griglia di lettura, uno strumento concettuale utilizzabile per apprezzare o qualificare i rapporti di forza all’interno del campo sociale e politico. Anche all’epoca della modernità trionfante, del resto, esso era uno strumento d’analisi fra i più mediocri, come testimoniano le persistenti difficoltà di far rientrare in questo contesto talune famiglie politiche (dal sindacalismo rivoluzionario al “comunismo nazionale”, dal “fascismo di sinistra” all’“anarchismo di destra”). La sua rimessa in discussione non è quindi una civetteria intellettuale. Rimanere ancorati allo spartiacque sinistra-destra significa chiudersi a qualunque ermeneutica, a qualsiasi comprensione in profondità dei fenomeni politici verificatisi fino ad oggi. Nell’intervista che costituisce il pretesto di questo scambio, ho lungamente indicato, in risposta a una domanda di Michel Marmin, quali sono gli autori di destra a cui mi sentivo più vicino o che mi avevano maggiormente influenzato.

Sottolineando che “non ho avversione per nessuno”, precisavo che la destra non è mai stata ai miei occhi un “argomento spregevole”. Aggiungevo: “Quando la critico, ovviamente, sono obbligato a generalizzare, e quando si generalizza si corre sempre il rischio di essere ingiusti. Ma non ne ignoro i meriti. Come si hanno i difetti delle proprie qualità, così si hanno le qualità dei propri difetti. In molte occasioni, la destra è stata (e rimane) ammirevole per il suo coraggio, la sua ostinazione, il suo spirito di sacrificio”. Avrei potuto aggiungere che, avendo il gusto dello stile, essa sa anche spesso dar prova di eleganza – e in primo luogo di quella forma superiore di eleganza che è la gratuità, il disinteresse e la generosità. E così, dopo aver letto (o almeno lo suppongo) che non ho “avversione per nessuno” e che la destra non è mai stata un “argomento spregevole” ai miei occhi, Dominique Venner scrive che per essa io non ho “che avversione e disprezzo”.

Mi stropiccio gli occhi. Ci sono, qui, due parole di troppo. Dominique Venner si stupisce anche che si possa criticare la destra e nel contempo dedicare quasi tremila pagine a una bibliografia degli autori di destra. Sarebbe facile rispondergli che nessun ricercatore è tenuto a simpatizzare con il suo oggetto di studio. (Dominique Venner ha pubblicato nel 1981 un’eccellente Histoire de l’Armée rouge, in cui non è venuto in mente a nessuno di sospettare la benché minima empatia per il comunismo). Ma non si tratta neanche di questo. Se la destra fosse per me un argomento privo di interesse, perché mai mi prenderei la briga di criticarla?

Criticare una famiglia politica dimostra che essa non lascia indifferenti. Criticarla non significa neanche dare prova di avversione o di disprezzo nei suoi confronti. Significa soltanto dirle ciò che si crede debba esserle detto. I romani avevano un proverbio per questo: qui bene amat, bene castigat.

Dominique Venner reputa opportuno ricordare il mio ruolo all’interno di una corrente di idee “che ha a lungo rivendicato la denominazione Nuova Destra”. Lo rassicuro subito: non sono affetto da amnesia (o da Alzheimer) a tal punto da aver dimenticato l’esistenza della “Nouvelle Droite”! Ma l’argomentazione fa sorridere. Venner non può infatti ignorare che quella corrente di idee non ha mai “rivendicato”, ma è stata solamente obbligata ad assumere quell’etichetta, che all’origine non era affatto un’autodesignazione, bensì una denominazione forgiata di tutto punto dai media nel corso dell’estate del 1979 per designare una tendenza che esisteva, allora, già da undici anni. Egli dovrebbe ricordare i nostri sforzi iniziali, purtroppo non coronati da successo, per sostituire a tale denominazione quella di “Nouvelle Culture”.

Per quanto mi riguarda, in innumerevoli interviste, non ho mai mancato di sottolineare gli equivoci, la risonanza ingannevole e il carattere riduttivo di quella etichetta, che pure è stato necessario accettare in talune circostanze, ripetiamolo, dato che era sotto quel nome che la corrente di idee in questione era conosciuta, ma che in fondo non ci ha mai soddisfatti. La verità è che la “Nuova Destra”, con la quale, beninteso, sono perfettamente solidale, si situa più che mai al di là delle categorie concettuali di cui è stata una delle prime a segnalare il carattere inadeguato. Sin dalle origini, già lontane, essa si è posta come una scuola di pensiero al servizio della cultura europea, votata essenzialmente allo studio e alla ricerca, all’approfondimento teorico e alla battaglia culturale. Essa è ancora oggi una comunità di lavoro che, in condizioni difficili, si sforza di procedere sempre oltre su questo cammino.

Questa scuola di pensiero non ha mai vissuto della rendita di un piccolo capitale ideologico. Non ha mai proposto di aderire a un piccolo catechismo ready made (come diceva Louis Pauwels, ciò che aderisce meglio è la carta adesiva). In Italia, dove vengo visto piuttosto come un teorico del federalismo, dell’ecologia e dell’economia solidale, la Nuova Destra ha, dal suo canto, pubblicamente rifiutato questa denominazione già da parecchi anni.

Dominique Venner mi obietta ancora il libro che ho pubblicato con il titolo Visto da destra (1977). L’argomentazione colpirà certamente coloro che non l’hanno letto. Quelli che sono andati al di là del titolo si ricorderanno, invece, quel che vi scrivevo sin dalla prima pagina: “Per il momento, le idee che questa opera difende sono a destra; non sono necessariamente di destra. Posso anzi benissimo immaginare situazioni in cui potrebbero essere a sinistra. Non sarebbero le idee ad essere cambiate, ma il paesaggio politico ad essersi evoluto”. Un po’ oltre, esprimevo l’auspicio che “si riesca ad essere nel contempo e la destra e la sinistra”. Era un modo per fare il punto della situazione. Non ho infatti mai ritenuto che la destra e la sinistra fossero idee nel senso platonico del termine, cioè essenze eterne. Al contrario di tanti uomini di destra, assegno troppa importanza ai contesti per essere un feticista delle parole. Nel corso della mia vita, ho visto evolvere il contenuto di queste parole, e sono i contenuti che mi importano, non i contenitori. Da venti o trent’anni, la destra e la sinistra hanno subito evoluzioni. Mentre la destra ha aderito sempre più al sistema del denaro, che avrebbe dovuto assegnarsi la missione primaria di combattere, tutta una parte della sinistra e dell’estrema sinistra, movimenti ecologisti in testa, rimette oggi in discussione i pilastri principali dell’ideologia del progresso.

I conservatori, dal canto loro, aderiscono ad un sistema economico che liquida metodicamente tutto ciò che pretendono di conservare. Quando giungono al potere, i partiti di destra fanno sempre progredire più velocemente la globalizzazione di quanto non facciano i partiti di sinistra, il che è normale, dal momento che l’essenza di questa globalizzazione è di natura finanziaria. Quando si dà un’occhiata agli orientamenti o al bilancio politico di Margaret Thatcher, di José Maria Aznar, di Silvio Berlusconi, di Gianfranco Fini, di George W. Bush o di Angela Merkel, non diventa difficile sentirsi oggi più vicini a un Hugo Chávez.

La destra, in altri termini, è diventata sempre più liberale, mentre la sinistra è diventata sempre meno marxista. Mi limito a trarne la lezione.

Dominique Venner pensa viceversa che si possa dare una definizione ontologica della destra. Crede che esista “sin dall’Illuminismo, una tipologia mentale di destra e che essa sia definita dal rifiuto della tabula rasa”. Questo criterio a me sembra altrettanto poco soddisfacente quanto quelli che si richiamano ai concetti di libertà, eguaglianza, ordine, progresso, ecc. L’ideologia della tabula rasa, che consiste nel negare la nozione di natura umana, è germogliata nella mente di filosofi del XVIII secolo come Helvétius e Condorcet.

Essa ha potuto ispirare puntualmente talune frazioni della sinistra o dell’estrema sinistra, o essere ripresa in modo implicito o pigro da uomini politici desiderosi di creare un “uomo nuovo” o da educatori che sopravvalutano i poteri dell’educazione. Sul piano “scientifico”, ha anche ispirato la biologia sovietica all’epoca di Trofim Lysenko. Ma ce ne corre dal pensare che l’intera sinistra vi abbia aderito, e che dunque essa possa servire da criterio di discriminazione tra la sinistra e la destra. Davvero Dominique Venner crede che – per non citare che qualche nome a caso – Proudhon, Benoît Malon, Hugo, Emile Zola, Jean Jaurès, Emmanuel Mounier, Merleau-Ponty, Jacques Le Goff o Jean-Pierre Vernant abbiano mai sottoscritto l’idea secondo cui gli uomini non sono “portatori di un’eredità collettiva”?

Negli anni Cinquanta, le tesi di Lysenko venivano già confutate e messe in ridicolo da biologi di ogni opinione politica. La più recente confutazione della teoria della tabula rasa (blank state) è d’altronde frutto di Steven Pinker, professore di psicologia a Harvard e ricercatore notoriamente di sinistra. Tutto sommato, è semmai la destra liberale a ritenere che ogni uomo sia un “inizio in sé” e che la ragione sia fondamentalmente “disimpegnata”, cioè che l’uomo preceda radicalmente le proprie finalità e che la cultura non sia un elemento costitutivo del sé. La verità è che la tesi della tabula rasa non viene oggi seriamente sostenuta da quasi nessuno. E, soprattutto, che gli spartiacque significativi cominciano a valle. Una volta ammesso che l’uomo è portatore di un’eredità – dato evidente –, il vero problema che si pone è capire in che cosa e fino a che punto quell’eredità è determinante.

Sapere che siamo degli eredi non ci aiuta certamente a sapere, ad esempio, se il potere politico deve distribuirsi dal basso verso l’altro, come penso io, o dall’alto verso il basso, come credono la maggior parte degli uomini di destra. La tesi del determinismo assoluto è altrettanto insostenibile quanto quella della tabula rasa. Se ciò che determina determinasse in modo assoluto, i cambiamenti profondi e incessanti che intervengono all’interno delle società più “omogenee” sarebbero incomprensibili.

Maurice Barrès addiceva “la terra e i morti” per proclamarsi lorenese. Il problema è che era per metà alvergnate. Ciò dimostra che quel che ci determina a monte si combina sempre in proporzione variabile con il nostro libero arbitrio. Ho studiato questa problematica in altra sede, sottolineando che non esiste filosofia morale che possa fare a meno di una riflessione sul libero arbitrio. Cogliere la natura e i limiti del libero arbitrio è un argomento di riflessione appassionante. Certamente non è un modo per distinguere la destra dalla sinistra.

La destra, che aveva menti brillanti nel XIX secolo, in Francia non ha mai smesso di declinare intellettualmente da quell’epoca in poi. Ciò mi pare effettivamente evidente. La perdita di vitalità comincia, significativamente, all’indomani dell’orrendo macello del 1914-18. Evocando il periodo fra le due guerre, avevo citato a titolo di comparazione, per i paesi vicini al nostro, i nomi di Giovanni Gentile, Ortega y Gasset, Ugo Spirito, Vilfredo Pareto, Oswald Spengler, Max Weber, Othmar Spann e Carl Schmitt. Dominique Venner mi risponde che nello stesso periodo “anche nella destra francese c’erano intellettuali di alto livello”. Dello stesso calibro? Peccato che non ne citi alcuno! La bilancia capace di pesare i talenti certamente non è ancora stata inventata, ma mi sembra che i non conformisti degli anni Trenta, ad esempio, per i quali peraltro ho molta ammirazione, non abbiano mai raggiunto il livello degli autori sopra citati.

Quanto a coloro che li hanno seguiti (da Freund a Monnerot passando per Maulnier, Ruyer, Perroux, Lupasco e Rougier), constatare che nessuno di loro ha mai prodotto una teoria che consenta la piena comprensione dell’ambito sociale o del momento storico non significa certo diminuirne i meriti; alcuni di loro mi hanno anzi molto influenzato. Da allora in poi, le cose non sono migliorate. Per sapere in che mondo viviamo, oggi si possono leggere Anthony Giddens, Zygmunt Barman, Jeremy Rifkin, Louis Dumont, Michel Foucault, Jean Baudrillard, Christopher Lasch, Jean-Claude Michéa, Robert Castel, Bernard Stiegler, Paul Virilio, Serge Latouche e qualcun altro. A destra, chi?

Dopo aver rifiutato l’idea di un declino del pensiero di destra, Dominique Venner sembra tuttavia finire con l’ammetterlo, dal momento che ne ricerca le cause. “Qual è la ragione di questo vuoto?”, scrive. La sua risposta è: l’epurazione. È credibile?

L’epurazione del 1945 ha falciato alcuni talenti letterari, assai pochi intellettuali. Ha invece creato un clima detestabile, che si è in effetti tradotto in un ostracismo perdurante (piuttosto che “eterno”). “Alain de Benoist non lo dice”, sostiene Venner. Eh sì, lo dice, ma non gli piace troppo ripetersi. Scrivo infatti nell’introduzione al terzo volume della mia Bibliographie: “Largamente dominante nel mondo delle lettere fino al 1939, la destra, di qualunque tendenza, perde a poco a poco le sue posizioni a partire dalla Liberazione […]

Per un effetto di continuità accuratamente alimentato, la destra diventa nel 1945 politicamente, e soprattutto ideologicamente, sospetta […] Mostrare di farne parte equivale a quel punto ad assumersi un rischio: presto, per uno scrittore o un saggista, dirsi “di destra” sarà il modo più sicuro per essere condannato all’ostracismo”.

Cionondimeno, spiegare tutto con l’ostracismo o con l’epurazione è tanto facile quanto riduttivo (il clima è d’altronde molto più soffocante oggi di quanto non lo fosse all’indomani della guerra, negli anni Cinquanta e Sessanta).

Il lento declino del pensiero della destra viene da più lontano. Inizia, l’ho detto, all’indomani della Prima guerra mondiale. In seguito, la perdita di vitalità accelera. Basta collocarsi in una prospettiva di lungo respiro per accorgersene. Ma la designazione di un capro espiatorio fa sempre comodo: denunciare a forza o la malignità dell’avversario consente di evitare di doversi interrogare sulla propria debolezza. Ho detto altresì, e del resto più di una volta, che la destra avrebbe dovuto considerare il comunismo alla stregua di un concorrente piuttosto che come un nemico.

Dominique Venner mi obietta l’appropriazione dell’Europa orientale da parte sovietica e gli stupri dell’Armata Rossa. Qual è il rapporto? Certo che il comunismo sovietico è stato una “minaccia”, ma anche un concorrente può essere una minaccia. Avendo dedicato un intero libro ai due grandi totalitarismi del XX secolo, credo di non essere completamente ignorante in materia. Inoltre, non solo i nemici commettono atrocità. Anche i concorrenti possono commettere atrocità, anche gli alleati o gli amici, e persino “i nostri” – e quelle atrocità non sono meno stigmatizzabili delle altre (quanti stupri ci sono stati durante le guerre coloniali?). L’errore della destra non è consistito nell’opporsi al comunismo, ma nel non capire che il comunismo era prima di tutto una cattiva risposta a una domanda che essa avrebbe dovuto essere la prima a porre: come mettere fine a quella spoliazione di sé che è il risultato del dominio del capitale e del sistema del denaro? Il comunismo sovietico ha dissanguato i popoli. Il capitalismo liberale li priva della loro umanità. Oggi bisogna andare a Bucarest, a Varsavia, a Riga, a Budapest o a Praga per rendersi conto che dopo l’immensa speranza che la disintegrazione del sistema sovietico aveva fatto nascere, i popoli hanno cominciato a disilludersi. Si capisce allora il senso dell’espressione “passare da Scilla a Cariddi”. Ho criticato l’amalgama fra i problemi dell’immigrazione, la questione dell’islam, quella dell’islamismo e quella del terrorismo, tutti fenomeni che in parte si sovrappongono ma sono pienamente intelligibili solo se li si analizza separatamente. Dominique Venner ne trae la conclusione che “le inquietudini e le sofferenze dei francesi più diseredati” mi lasciano indifferente! Anche questa affermazione lascia sbalorditi. In realtà provo qualcosa di più che compassione per quelli, fra i nostri concittadini, che sono vittime delle patologie sociali nate dall’immigrazione, patologie innumerevoli volte denunciate su queste stesse colonne.

Ne provo altrettanta per coloro, ancora più numerosi ma dei quali Dominique Venner non dice niente, che la legge ferrea della corsa alla crescita e della logica del profitto condanna alla disoccupazione, alla precarietà, all’emarginazione sociale, alla dissoluzione del legame sociale, alla reificazione dei rapporti sociali, alla fuga in avanti nel miraggio del consumo, per tutti quegli uomini e quelle donne esauriti, svuotati, decerebrati, che la riduzione di ogni valore al valore mercantile sottomette a una vera e propria mutazione antropologica.

Perché tuttavia bisognerebbe, per questo, aderire alle tesi di Samuel Huntington, ex teorico della Trilaterale e consigliere influente della Casa Bianca, sul “conflitto delle civiltà”?.

Ho operato una distinzione tra le convinzioni e le idee, sottolineando che esse sono altrettanto rispettabili e necessarie (“le idee possono dar vita a convinzioni e le convinzioni basarsi su idee”), osservando però che non ci può essere un “lavoro” delle convinzioni (che sono surrogati esistenziali della fede) nello stesso senso in cui vi è un lavoro del pensiero, l’unico che consente di fare la propria autocritica quando è opportuno farla.

Commento di Dominique Venner: “Per Alain de Benoist, la fedeltà è un segno di stupidità?”. Di nuovo, mi stropiccio gli occhi. La fedeltà è una virtù cardinale dell’etica dell’onore che io difendo.

Ragion di più per non farne una bandiera di comodo. La fedeltà è ad esempio la fedeltà alle promesse che si sono fatte, la fedeltà agli amici che si comportano da amici, la fedeltà al compito che ci si è assegnato, la fedeltà al metodo che si è scelto. La fedeltà non è la testardaggine o l’ostinazione, e meno che mai l’alibi dell’impotenza o della rigidità. Non consiste nel ripetere idee false, anche se ciò può aiutare a vivere, né nel gloriarsi di non rimpiangere per principio niente di quel che si è fatto. “Piuttosto che avere “una testa filosofica”, non è auspicabile avere una testa politica?”, dice ancora Dominique Venner.

Il problema sta nel sapere che cosa vale una politica che non si fonda su una concezione del mondo, vale a dire su una filosofia. Dominique Venner, che cita Platone e Federico II Hohenstaufen, evidentemente non ignora che esistono anche filosofie politiche. Basarsi su di esse potrebbe aiutare una “famiglia di idee ostracizzata” ad intraprendere una riflessione critica su se stessa, invece di inarcarsi su posizioni o atteggiamenti che l’hanno regolarmente condotta al fallimento.

Infine, io rimprovero in effetti al nazionalismo di aver fatto cadere la destra nella metafisica della soggettività. Dominique Venner subodora che in questo caso si tratta di “una sorta di scomunica solenne” e chiede “chiarimenti”. A dire il vero, ho scritto così spesso su questo tema che pensavo di non dovermi ripetere. Mi sbagliavo: non si è mai troppo precisi – tanto più in quanto la critica della metafisica della soggettività, senza comportare affatto una “scomunica” (non sono il papa di alcunché), è in effetti uno dei fondamenti della mia filosofia politica. La metafisica della soggettività potrebbe essere definita la credenza nell’autosufficienza di sé. Questo sé può essere individuale o collettivo: in entrambi i casi, il soggetto si pone come la fonte di tutti i valori, senza altri referenti al di fuori di se stesso.

Orbene, il lascito più importante del pensiero greco è il concetto di oggettività. Da esso discendono la filosofia, la scienza, la psicologia, la nozione di bene comune o ancora quella di equità, essendo quest’ultima il fondamento del diritto oggettivo. Heidegger, che vede nella soggettività la Figura stessa dell’essere-sé (Selbstsein), ha efficacemente dimostrato che, a partire da Cartesio, il soggetto si pone quale fonte determinante del valore in sé: l’oggettività ripiega sulla soggettività. Sul piano collettivo, l’appartenenza diviene l’unico criterio di giudizio. La mia convinzione più profonda è che l’appartenenza, per quanto importante sia – ed è essenziale –, non può essere l’unico criterio di giudizio. La bella massima “right or wrong, my country” non ci dice che il mio paese ha sempre ragione, bensì che resta il mio paese anche quando ha torto. Ciò implica che gli si possa dare torto, cosa che si può fare soltanto disponendo di un referente – di un criterio del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto – che eccede la sola appartenenza. Se non si dispone di questo referente, il mio paese non può, per definizione, che avere sempre ragione.

Contemporaneamente scompaiono i concetti di equità e di verità. La morale si impoverisce così come accade in un Trotzky (La loro morale e la nostra): il bene è ormai solo quel che ci conviene o serve i nostri interessi (ciò che è buono per me o per noi), il male quel che li contrasta o rende loro un cattivo servizio. Dal momento che l’appartenenza si confonde con la verità, l’Altro diventa immancabilmente l’Assolutamente Altro. Il soggetto, individuale o collettivo, non ha più niente da dire o da scambiare con gli altri. Le culture vengono considerate come delle quasi-specie, fra le quali più niente è comunicabile. Nel contempo vengono persi di vista gli universali che fanno da fondamento della psicologia evolutiva. La politica si riduce al tribalismo o al darwinismo sociale; la vita sociale alla guerra di tutti contro tutti. La verità si confonde con la forza bruta: i vincitori hanno sempre ragione per il solo fatto che hanno vinto. Parallelamente, il nemico viene immancabilmente considerato nemico assoluto. La filosofia politica quale io la concepisco respinge, simultaneamente, sia l’universalismo astratto sia la metafisica della soggettività.

La formula in base alla quale il nazionalismo non è altro che un individualismo collettivo, che Dominique Venner definisce “ un paradosso” , non è mia ma di José Ortega y Gasset. La si ritrova sostanzialmente in Julius Evola, lui pure critico rigoroso del nazionalismo, così come in Othmar Spann o in Heidegger (“il nazionalismo è, sul piano metafisico, un antropologismo, e come tale un soggettivismo”). Individualismo e nazionalismo provengono infatti dalla stessa matrice ideologica, anche se i comportamenti che inducono sono diversi (il nazionalismo può suscitare comportamenti sacrificali che l’individualismo proibisce), attraverso il semplice allargamento dell’“io” al “noi”.

È rivelatore il fatto che Maurice Barrès sia sfociato nel nazionalismo partendo dal culto dell’io: lo ha semplicemente trasformato in culto del noi. Allo stesso modo, mirare al mio migliore interesse, ritenendo che esso sia sempre giustificato perché è il mio, oppure mirare al nostro migliore interesse, ritenendolo giustificato per il semplice fatto che il nostro, non ci fa uscire né dal soggettivismo né dall’assiomatica dell’interesse.

A mio parere, è proprio da ciò che bisogna uscire. In effetti, più rileggo il testo di Dominique Venner, meno ne capisco il senso, o piuttosto l’intenzione. È un’arringa che difende con brio la destra “eterna”. Ma perché difenderla a tutti i costi quando si riconosce che “la dicotomia politica e ideologica destra-sinistra perde oggi molta della sua forza”?

Dominique Venner crede davvero che la destra non abbia niente da rimproverarsi, che non sia criticabile in niente? Ho qualche motivo per dubitarne. Pensa forse che non si debba “gettare nella disperazione Billancourt” [come disse Sartre, sostenendo che non si poteva criticare eccessivamente il Pcf, perché esso rimaneva il referente degli operai (Billancourt era la sede storica delle officine Renault, ndt] e che “i panni sporchi vanno lavati in famiglia”?

Questa posizione già implica di considerarsi parte della famiglia, ma ovviamente è insostenibile. Discutere un bilancio intellettuale, le qualità e i difetti di una famiglia di pensiero, valutare la portata o l’impatto delle sue idee e dei suoi atti, tutte cose che non sono mai avvenute a porte chiuse, richiede necessariamente una discussione pubblica che può essere fruttuosa, perlomeno sino a quando ad essa non si affianca un processo ad hominem.

Dominique Venner definisce “sarcasmi” e “asserzioni polemiche” osservazioni metodiche, riflesse, pesate da lungo tempo e confortate dall’esperienza. Non risponde ad alcuna di esse. Neppure una parola sul modo in cui la destra si rappresenta il nemico, non una parola sulla sua manifesta mancanza di interesse per i dibattiti di idee, non una parola sul suo atteggiamento perpetuamente emotivo e reattivo, sul suo oblio della complementarità naturale fra i valori aristocratici e i valori popolari, sul suo “restaurazionismo”, sulla sua cecità nei confronti del sistema della merce, non una parola su quello stesso sistema, che pure sta al centro di ciò che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi.

Su tutti questi argomenti, ci si aspetterebbe quantomeno una spiegazione alternativa. Niente da fare. Dominique Venner ha detto di recente che del generale de Gaulle non resta che “vento”, perché egli non ha saputo cambiare lo spirito del tempo né indirizzare il corso degli eventi.

Che cosa pensare allora, caro Dominique, di una destra che, nell’arco di due secoli, non ha cambiato niente, non ha modificato niente, non ha indirizzato minimamente il corso della storia, non ha fatto altro che accumulare fallimenti senza mai interrogarsi su se stessa, e i cui contorni oggi vanno scomparendo, come quelli di una nave che affonda a poco a poco nei flutti, acquisendo ogni giorno di più il fascino desueto delle vecchie rovine?

Alain de Benoist

NOTE “Item”, Paris, 1, gennaio 1976, pag. 20. A pagina 21: “Discerno sia a destra che a sinistra idee che corrispondono a ciò che penso”. “Krisis”, Paris, 1, estate 1988, pag. 4.
Cfr. L’effacement du clivage droite-gauche, in Alain de Benoist, Critiques – Théoriques, L’Âge d’Homme, Lausanne 2003, pagg. 215-229. Ad esempio quando è stato pubblicato il Manifeste de la Nouvelle Droite de l’an 2000. Ma si veda anche l’editoriale di “Éléments” 99, novembre 2000: Adieu… à la droite?, pag. 3 (“Oggi, in tutte le sue varianti, la destra non ha davvero più niente da dire […] Bisogna farla finita con il destrismo, così come con il sinistrismo”). Tanto meno soddisfatti, d’altronde, in quanto quell’etichetta ha messo radici al di là delle frontiere in una maniera tale da suscitare ulteriori equivoci: negli Stati Uniti, la New Right è una vasta tendenza cristiana fondamentalista, nel contempo liberale e reazionaria, mentre in Romania la Nova Dreapta non è che un gruppuscolo neofascista.
Cfr. l’intervista con Marco Tarchi in “Éléments” 103, dicembre 2001, pag. 34. Steven Pinker, Comprendre la nature humaine, Odile Jacob, Paris 2005.
Cfr. Alain de Benoist, Minima Moralia, in “Krisis” 7, febbraio 1991, pagg. 2-34, e 8, aprile 1991, pagg. 2-35. Testo ripreso in Critiques – Théoriques, cit., pagg. 513-565. La contrapposizione tra i concetti di “liberazione” ed “eredità” è d’altronde altrettanto relativa, perché un’eredità può perfettamente trovarsi alienata. Recuperare o restituire tale eredità implica il liberarsi di questa alienazione. Il concetto di “autonomia”, inoltre, non è sinonimo di “indipendenza”, contrariamente a quanto sembra credere Venner. Ovviamente, qui parlo del campo delle idee. Dominique Venner rileva che non “faccio parola” dei risultati elettorali del Front National. Non ne faccio parola perché dal punto di vista delle idee non c’è assolutamente niente da dire in proposito. Come il boulangismo, le leghe degli anni Trenta o l’Oas, il Front National ha mobilitato molta gente per non sortire alcun risultato. Il fatto che nel solco del Front National non sia sbocciato nessun talento intellettuale o letterario è di per sé rivelatore. Alain de Benoist, Bibliographie générale des droites françaises, vol. 3, Dualpha, Paris 2005, pag. 14. Alain de Benoist, Communisme et nazisme, Labyrinthe, Paris 1998; trad. it. Nazismo e comunismo, Controcorrente, Napoli 2005. Dominique Venner esprime il suo disaccordo con i miei orientamenti geopolitici, che non sono nuovi (Europe, Tiers monde, même combat è datato 1986), e ne ha il pieno diritto. Ha torto, in compenso, quando li definisce “impolitici”. L’impolitico, nel senso che al termine assegnano Julien Freund o Roberto Racinaro, non consiste nel formulare scelte politiche errate, ma nel non capire cosa sono la natura e la stessa essenza del politico.
Cfr. l’opuscolo Nationalisme, phénoménologie et critique (GRECE, Paris 1994), il cui testo è stato ripreso in Critiques – Théoriques, cit., pagg. 85-88. Nella medesima opera, cfr. anche il capitolo “identità, égalité, différence”, pagg. 409-425.
Cfr. infine il dossier sull’identità pubblicato nel numero 113 di “Éléments”, estate 2004, trad. it. In “Diorama” n. 274, novembre 2005.

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Ma che noia questa destra onnivora

Stenio Solinas

sabato 29 agosto 2009


Perché gli intellettuali di destra non si occupano della Destra? Così, sconsolato, si è interrogato l’intellettuale di destra Angelo Mellone sul Giornale dell’altro ieri. «Strano ma vero», proprio adesso che la Destra si è fatta «forza di governo, senso comune, cultura popolare maggioritaria» non ne parlano, non si entusiasmano, peggio la dileggiano…

Come accade a tutti gli innamorati (nella vita come nella politica), Mellone non riesce a capacitarsi che l’oggetto del suo amore non goda del più generale apprezzamento. Lo vede bello, seducente e coinvolgente, come è possibile che possa non piacere? «Nostalgia e risentimento» è la sua spiegazione, qualcosa dunque che non riguarda la ragione, ma sta fra l’anagrafico e il sentimentale.

Curiosamente, l’autore di Di’ qualcosa di destra e il coautore di La destra nuova imputa agli antipatizzanti quella che, a ben vedere, è caso mai una pecca dei simpatizzanti. Se questo soggetto politico è così importante da studiare, se «negli ultimi quindici anni la cultura politica di destra ha trovato aria nuova e rinnovata sulle riviste, sui quotidiani, nelle iniziative editoriali, nei media elettronici e persino nelle università» cosa impedisce a chi non ha in sé la tabe della nostalgia e del risentimento di dare alle stampe l’opus che analizzi a fondo «la storia, le idee, la organizzazione e le tappe istituzionali della destra, in Italia, dal 1994 a oggi?». Per inseguire il paradosso dello «strano ma vero» che è alla base della sua analisi, Mellone imbocca una strada senza uscita: minimizza e/o nasconde il lavoro critico dei simpatizzanti, che pure esiste, magari discutibile, ma esiste, e se la prende con la nostalgia canaglia di chi invece rema contro. Un po’ come il destino «cinico e baro» a cui Giuseppe Saragat imputava i rovesci elettorali del suo partito. Nell’articolo in questione Mellone mette sul banco degli imputati nomi fra loro diversissimi, da Marco Tarchi a Marcello Veneziani, da Pietrangelo Buttafuoco ad Alessandro Giuli, al sottoscritto, e non sta certo a me spiegare le ragioni oppure i torti altrui, ma avendo scritto, più di dieci anni fa, un pamphlet che si intitolava Per farla finita con la destra, credo di poter essere esentato dal dovermi appassionare sul tema. Ho già dato, insomma.

Da osservatore disincantato quanto scettico vorrei però indicare a Mellone un paio di elementi che nulla hanno a che fare con la nostalgia e il risentimento, ma molto invece con la politica e la politologia. Il primo riguarda il paradosso di un partito (perché poi la destra di Mellone è questo, la storia del Msi che diventa Alleanza Nazionale e poi approda nel Partito della Libertà) che per poter continuare a vincere (?) si è dovuto annullare (come ben si sa, è Alleanza nazionale che ha celebrato in un congresso il proprio scioglimento, non Forza Italia). Si è assistito a questo proposito a molti contorcimenti intellettuali, tenuti in piedi alla fine da un hegelismo un po’ raffazzonato (ciò che è reale è razionale), travestito via via da libertà di manovra, fine di un equivoco, necessità di fare tabula rasa, e simili.



Il secondo riguarda l’ossessione onnivora di assimilare culture altre, basata sull’assioma che essendo scomparse le ideologie non abbiano più senso gli steccati ideologici che le recintavano. La cosa curiosa è però che questa contaminazione, questo attraversamento di campo post-ideologico avviene continuando a ogni piè sospinto a rivendicare una cultura di destra e un’appartenenza a destra, un andare oltre, al di là della destra e della sinistra, dicendo di restare sempre e comunque a destra… Dopo averlo scritto, mi rendo conto che un lettore giudicherà il tutto quanto meno schizofrenico, ma non è colpa mia, è colpa di chi lo teorizza.

L’impressione, insomma, è quella di una classe dirigente che ha accettato la subordinazione al più potente alleato in cambio di una rendita di potere (legittima per carità) e di un ceto intellettuale che, invece, si barcamena fra la fronda, il quieto vivere, il non voler vedere, il trionfalismo a volte querimonioso e l’elaborazione di scenari prossimi venturi tanto mobili quanto evanescenti, intorno ai quali più che il rigore dello storico sarebbe meglio adatta la palla di vetro della chiromante.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=374124

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La tradizione ha un grande futuro (di Gennaro Malgieri)

Gennaro Malgieri


sabato 29 agosto 2009


Le interessanti considerazioni di Marcello Veneziani sul conservatorismo, ricche di suggestioni, meritano qualche approfondimento in un Paese, come l’Italia, dove la “sfortuna” di questa teoria è nota. Quasi una “maledizione”, infatti, si è abbattuta su di essa, impedendo la costruzione di un partito autenticamente conservatore come nelle grandi democrazie occidentali.

Forse perché si è sempre, sbagliando, associato il conservatorismo a modelli culturali reazionari o sterilmente tradizionalisti. Invece esso, prima che una dottrina politica, è un sentimento spirituale e una vocazione culturale. La consapevolezza di vivere per lasciarsi qualche cosa dietro, formare un’eredità riconoscendo, al tempo stesso, di essere eredi, è un modo di guardare alla vita in una forma che la trascende e contemporaneamente la rinnova.

«Chi non pensa che lo scopo dell’esistenza si realizzi nel breve istante, nel momento, nel tempo dell’esistenza stessa è un conservatore», scriveva Arthur Moeller van den Bruck. Da questo punto di vista, egli possiede il senso della storia a differenza del progressista che lo nega e del reazionario che neppure si pone il problema di salvaguardare ciò che merita di essere salvaguardato, ma si limita a reagire, con un moto contrario, a eventi che tendono a modificare l’ordine costituito quale esso sia.

Se il progressista disconosce continuità alla storia perché convinto che soltanto da un certo momento in poi è sorto ciò che merita di essere preservato e considera tutto ciò che c’è stato in precedenza come avvolto nelle tenebre, il conservatore sa distinguere ciò che è caduco da ciò che bisogna conservare in quanto valore; riconosce, insomma, ciò che permane e che è destinato a durare, combinandolo con l’innovazione senza tradire i principi ispiratori delle società organizzate.

In questo senso, un conservatorismo che potremmo definire “creativo”, che non si appaga della contemplazione del passato, ma sa far vivere ciò che merita nella modernità, si distingue dal tradizionalismo inerte in quanto in esso domina la componente dinamica a differenza del secondo caratterizzato da un atteggiamento puramente di rifiuto che lo condanna all’impotenza.

Ciò non vuol dire che la difesa della Tradizione non sia uno degli elementi qualificanti il conservatorismo, tuttavia non lo esaurisce. Coerente con il ripudio della staticità, il conservatorismo assume le fattezze politiche – come accade negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in parte anche in Francia – a cui si è naturalmente portati a ricondurlo anche perché, come ha scritto Karl Mannheim, esso implica «un’omogeneità inerente più generalmente alla visione del mondo e ai sentimenti, che può spingersi fino alla costituzione di una determinata forma di pensiero».

Da qui l’irriducibilità del conservatorismo al tradizionalismo e la differenza tra l’agire dell’uno rispetto all’altro. Il conservatorismo, sempre secondo Mannheim, «esprime una continuità storicamente e sociologicamente afferrabile, che è sorta in una determinata situazione storica e sociologica e si sviluppa in diretta connessione con la storia vivente».

Basterebbero questi riferimenti per fugare l’immagine “passatista” del conservatore e della sua conseguente improponibilità nel lessico e nella prassi politica del nostro Paese. Com’è facile intendere, in Italia il conservatorismo non ha avuto fortuna poiché è mancata un’adeguata riflessione su questa formula. Tanto la scienza politica quanto la pubblicistica non l’hanno degnata della considerazione che meritava, non foss’altro per aver avuto padri nobili e indimenticabili come Edmund Burke, François-René de Chateaubriand e, più vicini al nostro tempo, Leo Strauss, Eric Voegelin, Russell Kirk; senza dimenticare gli italiani Giuseppe Rensi e soprattutto Giuseppe Prezzolini, il quale ammoniva che il «vero conservatore si guarderà bene dal confondersi con i reazionari, i retrogradi, perché intende “continuare mantenendo” e non tornare indietro e rifare esperienze fallite, sa che a problemi nuovi occorrono risposte nuove, ispirate a principi permanenti, si sente rinnovatore delle leggi eterne dimenticate stupidamente, nascoste ipocritamente, trascurate impotentemente, violate quotidianamente».

È immaginabile una “rivoluzione conservatrice” in Italia? Se le forze politiche e culturali che si oppongono alle devastazioni della decadenza e del nichilismo prendono contentezza che è necessario agire sul piano delle idee per trasformare il Paese, al di là dell’ordinaria amministrazione, qualche speranza è possibile nutrirla. Se, al contrario, si abbandonano nel deserto del politicismo sperando che le piante del rinnovamento spuntino senza coltivarle, è fatale che la prospettiva conservatrice resterà sullo sfondo del palcoscenico della cultura a rappresentare impotentemente uno stato d’animo, un sentimento, nella migliore delle ipotesi una visione del mondo, per quanto nobile, comunque impraticabile.

Nonostante tutto, continuiamo a credere che l’etica pubblica, la sovranità dei popoli, la salvaguardia delle identità culturali non siano anticaglie delle quali poter fare a meno: poco male se appartengono all’universo conservatore verso il quale i “fabbricanti di opinioni” possono opporsi con la fragilità delle loro ideologie destinate a sbriciolarsi davanti alla forza di idee vitali e perenni. Perciò un movimento che voglia assumere come suo modello il paradigma conservatore in qualche modo ipoteca il proprio futuro spazzando via le piccole ambizioni peraltro storicamente superate. All’insegna, ci auguriamo, di quel che diceva Paul Claudel: «Prima che si modifichi il mondo, sarebbe forse più importante non distruggerlo». Un conservatorismo creativo, ma anche “ecologico”, insomma.

Fonte: http://www.libero-news.it/articles/view/556559

storicoBreznevKiss

Ieri si è conclusa la sbornia da festeggiamenti.

Berlino tutta impacchettata a festa, domino di colori, concerti classici e rockeggianti e carnascialesche feste di piazza, insomma un atmosfera ebbra di gioia…che è servita soltanto a nascondere le ferite che il tempo non ha ancora lenito, e che la crisi finanziaria (e sociale) degli ultimi mesi provvederà a riaprire ben presto.

Ma dopo vent’anni qual’è stato il destino dei testimoni di quegli eventi ?

Papa Giovanni Paolo II ci ha lasciato qualche anno fa. Insieme a Lech Walesa si è detto che fosse stato uno degli artefici della lotta al comunismo sovietico, attraverso la fiera resistenza del popolo polacco. Quanto di vero ci sia in queste affermazioni non è ancora dato saperlo. Sicuramente il contributo spirituale e culturale di Wojtyla alla causa anticomunista fu efficace, ma sulla posizione politica del Vaticano i dubbi sono sempre tanti. Nondimeno lo stesso Papa non era certo tenuto a nascondere il suo forte interesse  per le sorti dei suoi connazionali, ma le sue prese di posizione furono determinate ma allo stesso tempo garbate e intrise di una forte ricerca di dialogo. Purtroppo le posizioni espresse dal Vaticano e da Papa Giovanni si rivelarono ai fini pratici di totale asservimento agli interessi Usraeliani.

Anche Ronald Reagan ha salutato la vita terrena dopo una lunga malattia. I suoi anni vissuti in carica come Presidente degli Stati Uniti furono molto intensi e sono stati un susseguirsi di luci ed ombre, di eventi che hanno gettato le basi per puntellare quell’Atlantismo occidentale, che ha avuto il suo massimo consenso proprio dopo la caduta del Muro e il susseguente crollo dei regimi comunisti compreso il dissolversi dell’Unione Sovietica. Ma i signori Bush (alternati alla presidenza dal timido periodo clintoniano) provvederanno in seguito a trasformare questo Atlantismo Anticomunista in Atlantismo Imperialista culminato nell’invasione dell’Afghanistan prima, e dell’Iraq poi., con tutti i riflessi geopolitici che ben conosciamo. Proprio Bush Senior era il  Presidente USA in carica al momento della storica caduta del Muro, ma sicuramente il principale fautore della dissoluzione sovietica fu il suo predecessore Ronnie.

Honecker, il fiero presidente dell’allora DDR, si è spento nel 1994 a Santiago del Cile dimenticato da tutti, rinnegato perfino da quella Russia che tanto aveva supportato durante il periodo Brezneviano.

Proprio acerrimo nemico di Honecker fu l’ultimo presidente dell’URSS Mikhail Gorbacev (ancora vivo e vegeto), che con la sua Glasnost e con la sua Perestrojka, aveva cercato di dare legittimità democratica all’Urss, percependone chiaramente gli ultimi istanti di vita. Provvederanno poi la CIA e altre eminenze grigie occidentali ad instaurare nella neonata Federazione Russa il proprio fantoccio di nome Boris Eltsin. Fantoccio che non appena la Russia recupererà un minimo di sovranità nazionale verrà defenestrato “democraticamente” dallo Zar Putin che provvederà immediatamente a ripristinare certi paletti, in quello che qualcuno chiamerà poi “Revival da Guerra Fredda”.

Ma soprattutto…in che stato versano le Nazioni protagoniste di quegli eventi ?

La situazione degli Stati Uniti è ben nota a tutti. Proprio di pochi giorni fa la notizia che la disoccupazione è salita sopra la soglia psicologica del 10%, evento che non accadeva da decenni. Il fallimento del modello liberale di stampo anglo-statunitense è davanti agli occhi di tutti. La stessa Inghilterra (allora guidata dalla povera Thatcher) sta lentamente sprofondando verso un oblio economico che porterà molti disordini sociali (è paradossale come il PIL italiano abbia recentemente superato quello inglese!). Nel contempo oltre che il modello economico è fallito anche il modello imperialista degli USA. Dopo il 1989 e il contemporaneo collasso sovietico gli Stati Uniti si sono illusi di poter diventare la “potenza planetaria sempiterna” ma così non è stato.

Dopo la caduta di Eltsin e l’avvento di Putin, il “grande orso siberiano” ha rialzato la testa. La Russia non è più quella timida nazione costretta al foraggiamento atlantista necessario alla propria sopravvivenza durante gli anni ‘90. Ma non basta: le recenti tensioni mondiali a livello energetico fanno pendere la bilancia notevolmente a favore di Mosca.  Molto del benessere europeo in campo economico dipende dalle forniture di gas e petrolio provenienti dalla Russia, e di questo Medvedev e Putin sono perfettamente a conoscenza. Sulla situazione politica, sociale ed economica della Russia di oggi, tanto potente quanto corrotta, ci sarebbe da parlare ore ed ore.

E la Germania ?

La Germania, dopo la breve ubriacatura post-riunificazione ha dovuto fare i conti con una realtà molto amara fatta di disoccupazione, povertà e disordini sociali. Ma oggi, nel 2009 a distanza di venti anni, con una crisi alle porte, con fabbriche che hanno dato lavoro a decine di migliaia di operai ormai ridotte al lumicino, l’avvenire per una parte del granitico popolo tedesco non è dei più rosei.

E sono proprio questi i momenti in cui le vecchie ideologie, le vecchie certezze, il passato a cui aggrapparsi, fa spesso capolino; fallito il liberalismo, in forte crisi il capitalismo, la gente è gradualmente portata a riscoprire le dottrine lasciate ad ammuffire negli armadi. In tal senso qualcuno si sarà forse chiesto come mai il Linke (partito di estrema sinistra tedesca) accresca i suoi consensi in maniera così determinata. Il Linke, per chi non lo sapesse, è un partito di estrema sinistra tedesco che alle elezioni locali dell’agosto 2009 ha ottenuto il 20,6% in Sassonia, il 27,4% in Turingia (diventando in entrambe il secondo partito dopo la CDU) e 21,3% nella Saar, mentre alle elezioni federali del 27 settembre 2009 la Linke ha registrato un forte incremento dell’elettorato, raggiungendo quota 12% e guadagnando 76 seggi nel Bundestag, confermandosi come quarta forza politica della Germania superando il partito dei verdi.

Ma che giudizio può dare la storia sul Muro di Berlino e sulla DDR ?

Forse scandalizzerò qualcuno ma, col senno di poi, direi che l’Unione Sovietica non sbagliò affatto (dal loro punto di vista) ad ereggere il Muro, che consacrò definitivamente l’inasprimento della guerra fredda, ma anche mise dei seri puntelli ideologici sulla “fredda contrapposizione fra comunismo e capitalismo“.

E’ vero che ciò significò tristezza e drammi familiari per il popolo tedesco, ma la situazione venutasi a creare nel dopoguerra fu diretta conseguenza dell’occupazione congiunta di Berlino nel 1945. Un aborto che la Germania pagherà caro. A Berlino arrivarono prima i Russi e furono gli stessi soldati di Zhukov ad occupare la Cancelleria. Era un loro diritto pretendere il controllo di Berlino. Una lettura così sbrigativa può apparire superficiale ma ci preme soltanto dire, che a distanza di anni, NON PUO’ essere ritenuto OVVIO il fatto che la Germania dovesse diventare totalmente “occidentale”, non foss’altro per il tributo di sangue che i sovietici lasciarono sul campo nella guerra contro il Nazismo.

Le belle parole, libertà, democrazia, pace, dovettero fare i conti con la realtà contrapposta di due alleati, che alleati erano stati soltanto per convenienza, non certo per ideologia.

A distanza di anni può perfino sorprendere  riscoprire come i tedeschi della DDR, ben forgiati durante il regime nazista, divennero la sesta economia mondiale; ma fu soltanto l’ovvio risultato del giusto compendio fra la determinazione tedesca e la potente sovvenzione economica di origine sovietica. Possiamo perfino affermare che che la DDR fu un’ottima dimostrazione delle potenzialità che avrebbe potuto esprimere la nascita di un blocco GermanoSovietico (meglio forse dire Prussiano-Sovietico).

Una volta caduto il Muro, il liberalismo paninaro della Repubblica Federale fu certamente attrattivo nei confronti degli Ost Deutsche…ma la favola durò poco.

Passata la festa, gabbato lo santo…

La Storia Siamo Noi: OSTALGHIA


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La storiografia ufficiale ha imposto e condizionato la cultura e le mentalità delle generazioni del dopoguerra, creando opportunamente una visione distorta di determinate realtà ed eventi accaduti all’epoca del Ventannio. L’interpretazione degli eventi che si sono succeduti hanno avuto un indirizzo determinato per far si che il male assoluto degli errori della storia ricadessero su una fazione politica facendo disconoscere tutti quegli aspetti positivi che un attenta analisi gli riconosce obiettivamente.

E’ noto che la storia viene scritta dai vincitori e in quanto tali, vuoi per mala fede e per opportunità, si è preferito ingigantire da parte loro gli errori di un’epoca, che indubbiamente ci sono stati e che nessuno in questa sede, si permette di obiettare. Non facciamo un analisi politica e sociale del ventennio mussoliniano a questo punto, non è certamente mia intenzione, ma lo scopo che mi prefiggo di raggiungere è riflettere come certi eventi si sono verificati e quali effetti ne sono derivati dalla loro successione.

A questo punto vi propongo, come spunto di riflessione, dei documenti tratti dal sito www.controstoria.it attraverso i quali si ha la possibilità di capire come è avvenuta la fine del Fascismo, la fine di un periodo di pregi e difetti che ha caratterizzato la vita degli italiani di allora, da cui emerge l’autore o gli autori  che hanno contribuito con determinate azioni, cosidette di destabilizzazione del regime mussoliniano: LA MASSONERIA, movimento di potere che nella storia del nostro paese ha condotto nell’ombra i momenti chiave caratterizzanti le sorti italiane.

Leggendo questi documenti-missive, indirizzate dalla massoneria italiana al grande maestro venerabile che risiede a Londra si comprendono gli strumenti che si sono adottati nel tempo, dalla guerra d’Etiopia fino al secondo conflitto m0ndiale, per abbattere il Fascismo e il suo fondatore. Menzogne, delazione, tradimenti, corruzione, pressapochismo, disfattismo e chi ne ha più ne metta sono state le parole d’ordine che verso la fine del ventennio circolavano negli ambienti della gerarchia fascista. Un esempio, tutto ciò, di uno spirito antinazionale, autodistruttivo capace soltanto di far ricadere inutili sofferenze al popolo italiano. Ecco spiegato i motivi del tradimento dell’otto settembre del ‘43, della fatidica seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 Luglio sempre dello stesso anno, ecco il perchè delle sconfitte clamore sui campi di battaglia, dopo anni di consenso reale e fattivo da parte del popolo italiano, ecco il perchè di una guerra civile sanguinosa tra il ‘43 e il ‘45 da cui il paese nonostante sessantaquattro anni non è  uscito pacificato. Il germe della menzogna ha sempre aleggiato nelle vicende storiche del dopoguerra creando una situazione storica attuale controversa che le generazioni odierne pagano amaramente.

Un moto di risentimento dovrebbe cogliere nell’animo di  qualsiasi cittadino leggendo i seguenti documenti, se crede nella libertà dello spirito e se auspica al vero benessere per questa martoriata italia.

Wids72

tratto da www.controstoria.it

DOCUMENTO 1

Londra, 1 settembre 1935: Al Dilettissimo e Potentissimo Fratello Venerabile Gran Maestro del Grande Oriente Italiano dì Rito Scozzese Antico e Accettato, e della Grande Loggia di Rito Simbolico. I Potentissimi Fratelli delegati di tutti gli Orienti, riuniti sotto la Volta Celeste del Supremo Aeropago per i lavori del segreto Gran Congresso Massonico Universale, chiamati a discutere sulla nostra posizione generale di fronte alla reazione, hanno ammesso all’unanimità che un ulteriore sviluppo e durata del fascismo provocherebbe, col ritorno all’oscurantismo, la nostra fine irreparabile. Per iniziativa dei Potentissimi Fratelli rappresentanti la valle del Senna, il Congresso, riconosciuti i fatti lamentati e la inderogabile necessità di porvi riparo, ha affermato all’unanimità assoluta di voler insorgere con tutte le forze contro il fascismo, specialmente europeo, prima che esso, affermandosi negli Orienti ancora immuni, ne tolga i mezzi e la possibilità. L’odio profondo che il fascismo, nelle sue concezioni dottrinarie e per le azioni dei suoi capi e gregari a noi avversi, ha dimostrato verso di noi con la distruzione degli Orienti più prosperosi a lui soggetti, ci autorizza ad essere inesorabili nella lotta e nella scelta dei mezzi da impegnare verso di esso e i popoli che lo sostengono e lo nutrono con la loro sopportazione e con la loro fiducia. Alla testa dell’antifascismo i fascisti massoni: il Congresso Universale con voto unanime, ha investito il Supremo Grande Oriente Universale di tutta l’autorità necessaria ad iniziare la lotta contro i vari dispotismi esistenti nel mondo e, tracciata la linea di condotta, ha riversato, nel supremo aeropago, che da oggi siederà in permanenza, tutti i mezzi occorrenti al raggiungimento del fine. Il Congresso, accolta la relazione che i Potentìssimi Fratelli Vostri rappresentanti hanno ampiamente illustrata, dalla quale risulta la completa ripresa di ogni Vostro lavoro, esprimendo il suo compiacimento, ha esultato nell’apprendere l’inconcussa fede massonica di tutti i Vostri diletti Fratelli partecipanti al fascismo e come essi siano disposti a tutto osare per l’affermazione dei nostri ideali. Il giuramento da essi rinnovato nelle Vostre mani e in quelle dei Potentissimi Fratelli del grado 33° da Voi delegati, dimostra che avete saputo ben operare per la nostra causa e che inoltre possiamo anche contare su tutti i Fratelli partecipanti nell’Esercito e nel suo Stato Maggiore da Voi dipendente. Il Supremo Congresso, nel riconoscere la grande opera da Voi spiegata per la brillante ripresa dell’Oriente italiano, il più conculcato dal fascismo, che ha pure sanato il dissidio fra le sponde del vecchio Tevere, constata che la Vostra ripresa è base vitale per l’inizio della lotta e demanda a Noi, Supremo Maestro del Grande Oriente Universale, l’incarico di porgervi la riconoscenza della Massoneria Universale. Col nostro plauso Vi trasmettiamo il nostro incoraggiamento per il futuro.

DOCUMENTO 2

Per la Società delle Nazioni – Londra, 15 ottobre 1935: In seguito al Vostro suggerimento, il Supremo Grande Oriente del Grande Oriente Universale, dopo aver interpellato gli Orienti interessati, ha deciso di formulare le istruzioni per l’opera che i Potentissimi e Potenti Fratelli partecipanti alla Società della Nazioni debbono svolgere per la lotta contro il fascismo. Vi accludiamo copia destinata ai Fratelli di codesto Grande Oriente da Voi fatti designare a rappresentare la Vostra Nazione, in quel supremo consesso internazionale, pregandovi di farne prendere visione ai Fratelli del Dicastero degli Esteri e degli Enti interessati. I Potenti Fratelli, membri permanenti nel Supremo Aeropago Universale, sono concordi nel riconoscere che l’Oriente italiano da Voi fatto risorgere a nuova vita, è stato il primo ad essere colpito dalla reazione fascista e a risentirne gli effetti deleteri. Il satanico creatore del fascismo, governa sul territorio del Vostro Oriente principalmente per spegnere ogni traccia del nostro potere. Costui vuole ignorare la nostra potenza e la forza insopprimibile del nostro giuramento! Dopo averci osteggiato da socialista ed essere assurto al potere in virtù della nostra credulità e dell’azione fattiva e concreta dei nostri Fratelli migliori, vorrebbe, distruggendoci, ricondurre la sua Nazione all’oscurantismo, ma non si rende conto di essere in nostro potere e ignora le nostre irrevocabili decisioni per il suo annientamento. Il Supremo Gran Consiglio del Grande Oriente Universale ha perciò deciso che la lotta contro il fascismo, per la riscossa democratica che ridarà nel mondo la pace agli uomini di buona volontà, sia iniziata dall’Oriente italiano. Per la pratica attuazione di tale decisione il Supremo Gran Consiglio, che ha raccolto durante il Congresso le proteste dei Potentissimi Fratelli ad esso partecipanti, ha in esame quelle stesse proteste dettate dalla luminosa Vostra esperienza personale e da quella dei Potentissimi Fratelli Vostri Supremi Consiglieri, per armonizzarle. Nel preavvisarvi l’invio del piano d’azione concretato dal Supremo Consiglio in base alla psicologia del Vostro popolo e alla conoscenza del despota, Vi sollecitiamo l’invio dei dati del Vostro tesoro per equilibrarlo con quelli degli altri Orienti, acciò di bilanciarlo alle necessità generali dell’azione ed eventualmente per provvedere in tempo alle sue deficienze.

DOCUMENTO 3

Le vittorie di Etiopia sono uno scacco per il ‘Supremo potere’ – Londra, 20 maggio 1936: Da tutti gli Orienti ci pervengono osservazioni, tutt’altro che benevole, per i risultati ottenuti sullo sviluppo della campagna italiana in Etiopia. È la prima volta che il nostro Supremo potere viene messo in scacco da un avversario che non avrebbe avuto la capacità e i mezzi di poterci resìstere. Questo prova che in tutti i Fratelli dell’Oriente italiano è mancata la volontà di essere soprattutto massoni, come il sacro giuramento prestato imponeva loro di dimostrare coi fatti. Non possiamo accettare le ragioni da Voi posteci e da Voi ritenute adatte a giustificare l’impossibilità materiale di eseguire i voleri del Supremo Grande Oriente Universale, interprete fedele e regolatore degli interessi della Massoneria Universale. Il fallimento del piano applicato attraverso la Società delle Nazioni e l’aiuto che il despota reca ai ribelli spagnoli nostri nemici, ne sono la prova irrefutabile. Il Supremo Grande Oriente che veglia in permanenza sugli interessi della nostra grande Famiglia, dopo i ripetuti avvertimenti fatti a Voi pervenire per mio mezzo, ha deciso di infliggervi il biasimo di tutta la Massoneria Universale e dì richiamare all’ordine, per l’ultima volta, tutto l’Oriente italiano, dal Supremo Gran Consigliere all’ultimo Fratello del grado I, e con l’avvertimento categorico che, continuando nella condotta tenuta fino ad oggi, detto Oriente verrà irrevocabilmente e definitivamente espulso dalla Grande Famiglia Universale per indegnità massonica dimostrata nell’imperdonabile tradimento. Riteniamo superfluo rammentarvi le dure conseguenze che risulterebbero a danno Vostro e di tutti i Fratelli dell’Oriente italiano, perché la Massoneria Universale non ha alcuna intenzione di abdicare nella lotta intrapresa, e la Vostra Nazione si verrebbe a trovare indifesa nelle dure conseguenze che ne deriverebbero. Attendiamo di leggere le Vostre conclusioni in merito e di prendere nota di quelle assicurazioni sostanziali che riterrete di presentarci per la difesa del Vostro avvenire in seno alla Grande Famiglia, rammentandovi che accetteremo solamente argomenti concreti e veramente atti ad assicurarci.

DOCUMENTO 4

Londra, 27 giugno 1936: Abbiamo preso atto delle giustificazioni inviatici per decisione unanime del Vostro Supremo Gran Consiglio e le accettiamo con riserva di vederle convalidate dalle Vostre opere e pertanto veniamo a porgerVi il mezzo per dimostrarci la sincerità della Vostra fede. Gli osservatori presso di Voi distaccati dal Supremo Gran Consiglio della Massoneria Universale, ci riferiscono con ampia e dotta relazione, che qualora la fede dei Vostri Fratelli fosse sincera, nella zona di codesto Oriente il terreno sarebbe maturo per passare dalla fase decisiva della lotta contro il nostro più mortale nemico. Ci rivolgiamo perciò al Potentissimo Fratello Venerabile Maestro del Gran Oriente Italiano, posto sulle sponde del vecchio Tevere, del Rito Scozzese Antico e Accettato, e della Gran Loggia Simbolica Italiana: Potentissimo, il Gran Maestro del Supremo Grande Oriente Universale, è pronto quindi a comunicare a tutti i Fratelli del suo Oriente e di quella Gran Loggia Simbolica, e ai loro visitatori, le disposizioni di massima già sottoposte al Vostro altissimo parere. Noi, Supremo Gran Maestro del Supremo Grande Oriente Universale, dopo l’ultima approvazione del Supremo Gran Consiglio ci degneremo trasmetterle per iniziare la decisiva della lotta. Noi riterremo personalmente responsabili sia il Potentissimo Fratello Gran Maestro, sia i Potentissimi Fratelli del grado 33° del Vostro Gran Consiglio, di fronte alla loro coscienza massonica, di fronte a noi Supremi Regolatori della Condotta Massonica Universale e al cospetto dell’Altissimo Grande Architetto dell’Universo, per ciò che riguarda la fedele e accurata esecuzione dei voleri del Congresso Universale emanati da Noi, suo esecutore, e solo innanzi a Lui responsabile. Fidando sulla Vostra fede vi investiamo del potere Supremo perché prendiate, a Nostro Nome, tutte le precauzioni necessarie alla perfetta riuscita dell’attuazione dei voleri del Congresso. Voi Potentissimo Gran Maestro detterete gli ordini necessari per guidare e sostenere i Fratelli diligenti che avranno l’onore della responsabilità, e provvederete alla rigorosa sorveglianza acciocché tutti gli altri Fratelli attivi e dormienti, collaborino con essi volenterosamente, prendendo nel contempo tutte le misure perché nessuno possa tradire anche involontariamente l’opera nostra. A questo riguardo Vi autorizziamo, Potentissimo Gran Maestro, ad infliggere, anche a Nostro Nome, tutte le punizioni, comprese quelle del ‘rogo’ e della soppressione effettiva, rammentando che i Fratelli incaricati della sorte di questo triste ma necessario mandato, sono fin da ora riconosciuti degni di tutte le lodi, della Nostra imperitura riconoscenza, dell’impunità più assoluta e della nostra sostanziale protezione, come di eventuale adeguato compenso. Qualora Voi, Venerabile Gran Maestro, trovaste ostacoli sormontabili solo col Nostro diretto intervento, dovrete premurosamente richiedercelo, certo di ottenerlo e sviluppato con completa e sollecitata energia.

DOCUMENTO 5

Il perché dell’alleanza col ‘detestato’ bolscevismo – Londra, 15 agosto 1936: Per ogni azione da svolgere nella lotta, il Dilettissimo Nostro Potentissimo Fratello Maestro tenga presente che tutte le Nazioni democratiche del Globo, dal Grande Architetto a Noi affidate, quando sarà giunto il momento, entreranno coalizzate in guerra contro l’acerrimo nemico per annientarlo. In seguito ai Vostri giusti rilievi e ai preziosi consigli trasmessici dai Fratelli interessati, Vi comunichiamo, Venerabile Gran Maestro, che la Russia, benché non sia più quella del Nostro Gran Fratello Lenin, troppo prematuramente scomparso, sta distruggendo inesorabilmente con la Vita dei Nostri Dilettissimi Fratelli ogni Nostro potere e attività in quel disgraziato Oriente, e scenderà certamente in campo con le Nazioni democratiche. La necessità strategica da Voi, Dilettissimo Gran Maestro giustamente impostaci per la comune salvezza, ha riempito l’animo Nostro di amarezza per l’orrore di tale inderogabile necessità; però purtroppo siamo costretti a riconoscere che nella lotta senza quartiere iniziata contro il più mortale nemico, avere al fianco un alleato di quella potenza può significare la vittoria. Facciamo perciò buon viso alla jattura che Ci colpisce temporaneamente, consolandoci con la certezza di poter battere, attraverso lui, il più potente dei due nemici. L’Altissimo Grande Architetto dell’Universo Ci consentirà, in seguito, di distruggerlo per vendicare inesorabilmente la morte e il martirio di tanti nostri disgraziati e dilettissimi Fratelli. Nella certezza di quanto è giusto ottenere dobbiamo trovare la forza per marciare al fianco di tale inesorabile nemico. Eliminate quindi ogni contrasto coi partecipanti al bolscevismo, aiutandoli quel tanto che serva a provare la Nostra apparente benevolenza, servendovi, con cautela, dei pochi Fratelli loro simpatizzanti.

DOCUMENTO 6

Suscitare rancore contro il Duce e il regime fascista – Londra, 28 ottobre 1936: Nel trascrivervi gli ordini ricevuti ed approvati dal Supremo Gran Consiglio già da Voi precedentemente sanzionati, Vi comunichiamo che sono stati elaborati in base alla perfetta conoscenza della psicologia del popolo da Voi sorvegliato. Con le variazioni adatte alla differenza di mentalità dei popoli corrispondenti, andiamo ad impartirle anche ai Grandi Orienti tedesco e spagnolo e a tutti gli altri Orienti interessati. Fingere devozione al Duce e applicare le leggi senza logica: Illustrateli con chiarezza ai Dilettissimi Vostri Fratelli e ai loro visitatori, analizzandoli con perfetto spirito massonico e in modo che l’opera dei buoni e volenterosi Fratelli, presenti nei posti di comando del fascismo, una volta attuata, lasci ignari tutti coloro che non sono con noi, rammentando a tutti che occorre agire sempre esaminando l’azione da compiere in base alla psicologia umana e all’esperienza che si possiede sui singoli e sul popolo dal quale ci ripromettiamo di ottenere il risultato. Curate soprattutto la precisione dei particolari perché solo l’esecuzione scrupolosa di essi può dare la certezza della vittoria, senza preoccuparvi del risultato che certamente pregiudicherebbe quello finale. Con questa accuratezza provocheremo la confusione, il malumore e poi il rancore verso il despota e il regime, diminuendo lentamente ma sicuramente la capacità di rendimento dei suoi adepti in buona fede e la stima dei simpatizzanti, degli agnostici e del popolo tutto. Nulla deve essere abbandonato al caso. Fingere alla perfezione una incondizionata devozione al Duce e all’idea: fascista, sacrificando, se occorre, qualche Fratello noto (da compensare in seguito) pur di dare tale sicurezza. Assecondare abilmente lo sviluppo del lavoro mussoliniano, senza mai dimenticare di farlo gravare anziché gradire al popolo. Applicare le leggi fasciste con la minor logica possibile e con la massima rigidezza. Il Partito Socialista con gli scioperi bianchi, più perniciosi di qualunque altra forma di ribellione, vinse le sue più belle battaglie e noi dobbiamo saperne seguire l’esempio. Quando una disposizione o una legge, così applicata, provocherà il malessere, occorrerà proporre nuove disposizioni in apparenza adatte a correggere il supposto errore che, applicate col metodo anzidetto, completeranno il risultato. Svalutare i fascisti e invelenire gli antifascisti: Nella creazione degli organi corporativi, provocare la necessità di un maggior numero di essi, in modo da rendere pletorico l’inquadramento e praticamente irraggiungibile lo scopo, favorendo la confusione e la perplessità che verranno a crearsi nella Nazione. Portare le autorità costituite, Pubblica Sicurezza, Carabinieri Reali, Guardia di Finanza, ad assecondare in pieno il nostro piano creando, con arresti, carcerazioni, confinamenti ecc., il vittimismo, specie tra i fascisti definiti puri, per farlo ricadere sul loro capo e sul fascismo. Per ottenere questo risultato occorre corazzare le nostre coscienze adamantine con la necessità impellente del Nostro successo, rammentando che il fine giustifica il mezzo. Segnalare tutte le pubblicazioni antifasciste, anche se inoffensive, provocando quei provvedimenti coercitivi che le renderanno più preziose e facilmente assimilabili; favorire la diffusione di quelle fasciste di nessun valore, per dimostrare la povertà dell’intellettualità fascista. Favorire la corruzione per disgustare il popolo: Coadiuvare con ogni mezzo i Fratelli presenti nelle Forze Armate, specialmente quelli dello Stato Maggiore, vantandone presso il Duce il sapere e la fedeltà fascista. Fomentare, in qualsiasi modo, l’attrito tra Milizia ed Esercito. Spronare tutti i Fratelli ma specialmente i Potentissimi a consolidare, a spese del regime, la loro posizione materiale al fine di poter generosamente pensare al ’sacco della vedova’, controllando che ciò avvenga con serietà d’intenti; questo provocherà il disgusto del popolo e specialmente di coloro che non possono arrivarvi. Sabotare con tutti i mezzi, nessuno escluso, la tedescofilia di Mussolini, favorendo la ben nota fobia del Sovrano. Depauperare le scorte e spingere al contrabbando: Ritardare il più possibile il razionamento sui generi di prima necessità, in modo da depauperare le scorte, sabotando con tutti i mezzi la sua applicazione quando verrà decisa; spingere nel miglior modo tutto il popolo al contrabbando per produrre, nel più breve tempo, la svalutazione della moneta favorendone tutte le conseguenze. I Nostri Fratelli preposti alla direzione del razionamento dovranno, con l’applicazione rigida delle disposizioni, provocare il marasma, ostacolando in ogni modo le importazioni dall’estero. Noi penseremo a coadiuvare la loro azione dall’esterno. Provocare, adoperando con accortezza tutti i ben noti sistemi, il depauperamento delle finanze italiane, propagandone poi largamente tra i1 popolo le conseguenze e addebitarne la causa alla condotta del Governo. Comunicate ai Fratelli dell’Esercito le norme presenti, perché comincino ad adeguare la loro condotta allo scopo.

DOCUMENTO 7

Aizzare contro Mussolini i subalterni delle Forze Armate – Londra, 15 dicembre 1936: Vi trasmettiamo le istruzioni di massima per i Fratelli appartenenti ai Dicasteri militari che il Supremo Gran Consiglio ha riveduto e corretto in base alle vostre osservazioni e alla relazione dei Potentissimi Fratelli Osservatori. Sabotare per via capillare ogni intendimento fascista e soprattutto il sentimento tedescofilo, principalmente fra gli ufficiali subalterni che sono più a diretto contatto con la truppa, creando lentamente rancore per Mussolini. Dimostrare, con argomenti adatti e soprattutto con le cifre, la solidità e la grandezza della potenza finanziaria e militare, praticamente inesauribile, delle Nazioni democratiche, mettendo in evidenza l’immensità dell’Impero Inglese, ove il sole non tramonta mai, facendo risultare che la Russia, loro fedele alleata, sarebbe da sola sufficiente a battere tutte le Nazioni fasciste. Vantare qualunque successo politico e, quando verranno, quelli militari dei nostri amici, minimizzando quelli fascisti. Portare il servizio di informazioni militari nelle mani della Massoneria: I Fratelli diano esempio di critica prima benevola, poi sempre più accentuata, agli inferiori, dimostrando evidente sprezzo per le eventuali rappresaglie che lasciano indifferente l’elemento militare, guardandosi dal non commettere errori con gli elementi fedeli al Regime verso i quali dovranno saper fingere l’attaccamento al fascismo. Quando le truppe italo-tedesche verranno messe a contatto fra loro, drammatizzare tutti quegli incidenti che certamente nasceranno tra i bassi elementi, cosi differenti di abitudini e di mentalità, in modo che tra i componenti dei due eserciti non possa sorgere, né mantenersi, il benché minimo sentimento di cameratismo che sarebbe esiziale al nostro piano. Far giungere alle nazioni amiche, attraverso il Nostro tramite, tutte le notizie interessanti su macchine di guerra veramente utili e qualsiasi progetto geniale che i Nostri Fratelli avessero studiato e volessero, dietro adeguato compenso, cedere ai Nostri alleati. Provvedere a porre, fin da ora, a Capo del SIM e specie della Divisione Controspionaggio, dei Fratelli di Vostra completa fiducia, che al momento giusto sappiano neutralizzare gli effetti, per noi deleteri, di quei servizi, allontanandone accortamente tutti gli elementi fascisti e filo-fascisti, ponendo i volenterosi che intendessero collaborare col ‘Servizio’ per amor patrio, nelle condizioni di perderne l’intenzione. Creare la deficienza dei viveri per la popolazione civile: Per diminuire con certezza gli effetti dannosi, sarebbe bene creare in detta branca delle altre Divisioni Speciali, con compiti unici e ben definiti, in modo che dividendo le responsabilità e i compiti, se ne diminuisca l’efficacia dei risultati. Queste nuove specialità accavallandosi fra loro, dovranno produrre la confusione adatta ad annullare la capacità di lavoro di tutte quelle zelanti persone non ancora allontanate. Quale sia l’esito di queste ultime disposizioni, dovrete adoperarvi per segnalarci in tempo gli agenti distaccati all’estero per neutralizzare la loro opera dannosa. Ci facciamo garanti della vita, della completa incolumità personale e del benessere di quegli agenti che Ci verranno segnalati in tempo utile e per i quali Ci limiteremo alla neutralizzazione del loro lavoro. Sarebbe superfluo aggiungere che nel caso essi fossero Nostri Fratelli, come tali dovranno essere segnalati immediatamente. I Fratelli dello Stato Maggiore, requisendo per le Forze Armate più del necessario, ostacoleranno lo svolgimento della vita civile, creando quello stato di disagio necessario a far odiare il Fascismo e a porre la Nazione in stato di marasma e poi di collasso. Far mancare alla truppa i rifornimenti: A questo riguardo tenete presente che la deficienza dei viveri influisce più sulla popolazione civile che sull’elemento militare, sorvegliato e guidato dalla disciplina, e che quindi, sottraendo al consumo civile la maggior quantità di viveri e di altri generi necessari porremmo il popolo nelle condizioni di risentimento, diminuendone la capacità morale e togliendogli la volontà di incitamento alla resistenza militare. Anche se i magazzini dell’esercito verranno a trovarsi ben forniti, si dovrà cercare il modo di far mancare alla truppa i rifornimenti necessari, specie nell’equipaggiamento personale, in quanto questa deficienza apparente è, da sola, sufficiente a far ritenere certa la mancanza di scorte. Una volta create le deficienze, con propaganda molto accorta e facendo in modo che siano i militari, specie di truppa, a farle conoscere al popolo, occorre farne ricadere la colpa sul Capo del Governo e sugli eventuali responsabili militari che possono essere scambiati per fascisti. Fare apparire Vittorio Emanuele III come ’simpatizzante’ massone: I Nostri Potentissimi Fratelli dello Stato Maggiore debbono trovare il modo plausibile che non urti, almeno inizialmente, la suscettibilità di Mussolini, per trovarsi a diuturno contatto col Sovrano, verso il quale rammentando le sue innate fobie tedesche, useranno una persuasione lenta, accorta e sottile, per addebitare le varie cause, sorgenti col tempo, al Capo del Governo, del quale però si dichiareranno tuttavia, entusiasti ammiratori, e questo fino a quando non sarete ben certi di avere completamente il Sovrano dalla parte Vostra. A questo riguardo rammentare che egli, da principe ereditario, è stato realmente nostro simpatizzante, e accolto da noi quale ‘gradito visitatore’. Il Commissariato per le fabbricazioni di guerra dovrà essere assegnato a un Potentissimo Fratello, molto accorto e assolutamente devoto alla causa, in quanto esso non potrà, per la sua posizione essere giornalmente controllato dal Vostro vigile occhio. Questi dovrà curare che la distribuzione delle materie prime alle industrie di guerra avvenga in modo da favorire il più possibile quelle rette da Fratelli obbedienti, procrastinando ogni assegnazione e fornitura non rispondente ai Nostri fini. L’ordine è uno solo: tradire: Provvedere a perfezionare fin d’ora, attraverso il SIM, il sistema di fornire al momento opportuno ai Nostri amici, e per tramite Nostro, i cifrari riservati e le segnalazioni riguardanti tutti i movimenti militari e specialmente quelli marittimi relativi ai convogli di rifornimenti, che dovranno esserCi segnalati soprattutto nei momenti critici della guerra, quando intercettarli vuol dire vincere. Ostacolare tutte le proposte atte al miglioramento del vitto alla truppa e alla mensa ufficiali, perché il malessere creato in quel campo è il miglior coefficiente per far maggiormente gravare il peso della guerra sui combattenti. Favorire in ogni modo la distanza corrente fra i vari gradi di ufficiali, e fra questi e la truppa, in modo che manchi l’affiatamento e che la comunicativa del superiore influisca il meno possibile sull’inferiore, favorendo l’irrigidimento della disciplina formale, cercando pure di distaccare quanto è più possibile militari dai centri abitati ove potrebbero trovare conforto, ed eventuale incitamento alla guerra; a meno che nei centri abitati non prevalgano gli elementi sovvertitori. Non Ci stancheremo mai di ripetere che la nostra azione deve basarsi innanzi tutto sui coefficienti psicologici e sull’accurato studio delle conseguenze materiali che esse produrranno con la loro applicazione. Nell’autorizzarVi tutte le iniziative che tendono a colmare le lacune e le difficoltà che certamente sorgeranno durante l’esecuzione del piano, di cui gli ordini di massima trasmessiVi rappresentano la falsa riga, Vi rammentiamo che tutto l’avvenire della Massoneria Universale è posto nelle Vostre mani e che l’attenzione di tutti i Fratelli della Grande Famiglia è rivolta ansiosamente su di Voi.

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Limiti geopolitici del Continente Eurasia

Dopo l’improvviso crollo dell’Unione Sovietica e la fine della divisione politica dell’Europa in due blocchi contrapposti, a risorgere dalle ceneri di Yalta non è stato solo il Vecchio Continente ma anche la Geopolitica.

Possiamo anche dire l’una in conseguenza dell’altro, in naturale simbiosi.

Dottrina ostracizzata e demonizzata nel dopoguerra come “pseudoscienza nazista”, oggi le analisi geopolitiche riempiono le pagine di giornali, periodici, rotocalchi, arrivando persino talvolta ad intrufolarsi, QUASI SEMPRE A SPROPOSITO, nei discorsi di politici e politologi.

Un termine geopolitico che, seppur molto a fatica, si sta facendo strada nelle analisi degli esperti, o presunti tali, è quello di EURASIA.

Forse uno dei più abusati nell’uso che se ne fa ora, quanto fumoso nei reali contorni storico-geografici.

Anche per le evidenti implicazioni di politica internazionale che esso rappresenta e sempre più rappresenterà nel futuro prossimo.

Eppure Eurasia, nella terminologia geopolitica, è un CONTINENTE che ha un ben preciso connotato geografico.

Intanto bisogna sfatare un luogo comune giornalistico, facilmente veicolabile dalla parola stessa, chiaramente composta da “Europa” e “Asia”; e cioè che essa non sia altro che la somma dei due continenti dei quali, in effetti, geograficamente parlando, è innegabile l’unitarietà, essendo l’Europa nient’altro che un prolungamento ad ovest della massa terrestre asiatica, una penisola di grosse dimensioni dell’Asia stessa.

Europa a sua volta suddivisa in penisole (la Scandinavia, l’Iberia, la penisola italica…e isole). Se a questa unità dovessimo aggiungere l’Africa, avremmo quello che si denomina il Vecchio Mondo (meglio “Mondo Antico”) contrapposto all’altra grande massa di terre emerse che è l’America (le Americhe): potremmo definirla EURASIAFRICA, con un neologismo ridondante.

In verità le cose non stanno affatto così.

Bisogna prima di tutto ricordare che la suddivisione dei continenti considerata dagli studiosi di geopolitica NON corrisponde a quella che ci hanno insegnato fin dalle elementari, cioè i 5 Continenti: Europa, Asia, Africa, America, Australia (i cinque cerchi colorati del vessillo olimpico).

Per la geografia classica i continenti sono masse di terra emersa circondate da mari e oceani ed atte alla vita dell’uomo; la qual cosa spiega, per esempio, perché l’Antartide, vera isola-continente a se stante, terra perennemente ricoperta di altissimi ghiacciai, non sia mai considerata come tale e semmai posta in parallelo all’Artide, notoriamente fatta solo si ghiaccio.

Già da questa definizione possiamo dedurre che l’Europa appunto NON è un “continente” neanche per la geografia cattedratica ufficiale, rispondendo solo su tre lati alla caratteristica dell’isolamento marino e oceanico.

Ad est il confine con l’Asia corre lungo la catena degli Urali per oltre 2000 km., da Circolo Polare Artico, al fiume Ural e al Caspio.

Montagne non particolarmente alte, 1000/1500 metri e che al centro e sud degradano verso la depressione caspica. Poco più che un sistema collinare esteso in verticale.

Nei millenni gli Urali non hanno mai rappresentato un vero baluardo alle migrazioni di popoli, in un senso e nell’altro, come dimostrano tra le tante le invasioni mongoliche della Russia e la colonizzazione russa della Siberia.

In Geopolitica i continenti sono quelle aree della Terra che, per le loro caratteristiche di OMEGENEITA’, CONTIGUITA’, INTERDIPENDENZA economica, politica, umana, rappresentano una UNITA’, geografica e [quindi] anche storica; favorendo migrazioni di popoli, interscambi, conquiste che passano per alcuni nodi geostrategici essenziali.

E si badi bene: queste Aree Geopolitiche Omogenee NON sono nettamente confinanti l’una con l’altra, ma intersecantesi tra loro. Proprio come i cerchi olimpici rappresentati l’uno concatenato all’altro. Ecco perché le aree confinarie, sul modello non del confine moderno ma del limes romano, sono rappresentate da fascie, molto estese e non nettissimamente definibili.

Così uno o più stati odierni possono appartenere ad almeno due unità geopolitiche confinanti, anzi intersecatesi.

Esempio: le penisole meridionali della grande penisola Europa, Iberia, Italia, Grecia sono certamente eurasiatiche (nel senso che specifichiamo oltre), ma contemporaneamente e altrettanto certamente Mediterranee.

Il Mediterraneo (in medium terrae) infatti, mare chiuso, con numerose isole e penisole e con stretti che lo collegano sia all’Atlantico, che al Mar Nero e al Mar Rosso/Oceano Indiano (specie dopo l’apertura del canale di Suez) è esso stesso un’unità geopolitica.

Non separazione, ma passaggio e collegamento tra le sue coste a nord e a sud, in Medio Oriente e nord-Africa, fin dai tempi più remoti.

La posizione privilegiata della penisola italica al centro, con la Sicilia come nodo strategico di controllo (si pensi al ruolo decisivo del suo possesso nello scontro mondiale tra Roma e Cartagine o durante l’avanzata islamica o anche nell’invasione USA del continente nel 1943), spiega, per esempio, come gli etruschi prima e i romani poi siano stati per secoli i dominatori dell’area e questi ultimi gli unificatori totali del bacino mediterraneo.

A sua volta il nordafrica arabo-islamico rappresenta un’altra catena intersecantesi con l’Europa attorno a questo mare, fino alle propaggini mediorientali; mentre il vero baluardo tra Magreb e “Africa Nera” corre a sud, nel vasto mare non di acqua ma di sabbia che, dopo il Sahel arriva alle savane e alle boscaglie nel cuore dell’Africa.

Sahel e savana sono la loro elissi di congiunzione.

Avendo sempre ben presenti questi presupposti, torniamo alla nostra Eurasia.

L’unità geopolitica dell’Eurasia è allora rappresentata dalla penisola Europa, ben oltre la non rilevante “strozzatura” tra Kalinigrad e Odessa, fino agli Urali e l’intera Siberia, fino al mare di Okhotsk/Mar del Giappone, con a sud Vladivostock, la “Porta d’Oriente” e a nord lo stretto di Boering. Uno stretto peraltro superato nei millenni passati dalle popolazioni siberiane che raggiunsero il continente poi americano, percorrendolo da nord a sud, nonché da esploratori russi che arrivarono fino a metà dell’attuale California !

Il VERO confine dell’ Eurasia, come unità sia geografica che politica, è quindi dato a nord dal Mare Glaciale Artico fino al Polo, ad ovest dall’Atlantico (vero separatore storico-geografico di due masse continentali ben distinte), a sud dal Mediterraneo/Bosforo/Mar Nero, fino al Caspio, lungo la linea meridionale del Caucaso.

In Asia poi, da sempre, sono i deserti centroasiatici e le grandi catene montuose ad aver rappresentato il più naturale ostacolo tra “bacini geopolitici omogenei”; certo non insuperabili, ma comunque tanto ben netti da creare diversi tipi di civiltà, almeno fino all’avvento della moderna tecnologia di movimento.

Per esser più precisi, partendo dal nord-Caspio e fiume Ural, potremmo indicare nel 50° PARALLELO all’incirca la linea di separazione tra Eurasia “bianca” (termine che usiamo senza alcuna connotazione razziale”) e Asia Turcofona; una fascia quest’ultima a sua volta storicamente omogenea, che corre dalla costa mediterranea della repubblica turca fino ai bassopiani delle ex repubbliche sovietiche islamiche e al Sinkiang cinese; Tagikistan escluso, il quale, a sua volta fa parte di quell’Islam “ariano” che comprende Iran, Afghanistan e Pakistan, fino al tradizionale confine dell’Indo.

Oltre inizia il “subcontinente indiano” che, protetto a nord dal bastione himalayano, ha sviluppato nei millenni una sua civiltà autonoma, che oggi conta ben oltre un miliardo di individui.

Altra unità geopolitica l’Asia “gialla” con Cina – Mongolia – Corea – Giappone e poi Birmania – Indocina – Thailandia – Malesia fino agli arcipelaghi meridionali che, con l’Indonesia e la Guinea rappresentano il “ponte di isole” verso la grande isola-continente Australia.

Tornando alla nostra Eurasia a nord del 50° parallelo del Kazakhistan, ancora abitato da forti minoranze russe post-sovietiche, possiamo considerare l’attuale confine russo-mongolo-manciuriano, dagli Altaj fino all’Amur-Ussuri come il confine tra i due mondi, le due “Asie”, o meglio l’Eurasia propriamente detta e le altre unità geopolitiche della più grande massa continentale mondiale.

Notiamo per inciso che il baricentro di questa Eurasia, praticamente la Siberia nord-occidentale a ridosso degli Urali, fu indicato dal geopolitica inglese Sir Halford Mckinder, all’inizio del secolo scorso, come il famoso HEARTLAND, il “Cuore della Terra”, cioè il retroterra logistico della massa continentale più lontano e difendibile dall’attacco di una potenza marittima (ieri Impero Britannico, oggi Stati Uniti).

Nel conflitto planetario tra il “Mare” e la “Terra”, intese come categorie geopolitiche in conflitto, il possesso dell’Heartland assicurerebbe il controllo dell’Eurasia, quindi dell’Isola Mondo, quindi del mondo intero.

Le recenti invasioni americane di Afghanistan e Iraq, con minacce all’Iran e alla Corea del Nord e gli avamposti nel Caucaso (Georgia) e nelle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, possono essere letti (non solo, ma anche e diremmo principalmente) come il tentativo di penetrare quanto più possibile all’interno della massa continentale, verso l’Heartland appunto: mirando da una parte al “ventre molle” della Russia ancora non ripresasi dalla crisi post-sovietica dell’implosione dell’impero e dall’altra alle spalle “terrestri” della Cina, il cui baricentro politico e demografico è tutto spostato a oriente, verso il mare e le cui retrovie terrestri sono abitate in buona parte da popolazioni non-cinesi (Uiguri, Tibetani, Mongoli).

La geostrategia della talassocrazia americana da due secoli a questa parte è di una tale linearità, a prescindere dal succedersi delle “amministrazioni” al potere a Washington, da non lasciare alcun dubbio sugli effettivi intenti anti-eurasiatici degli Stati Uniti d’America.

I quali possono sempre contare sull’inviolabilità del proprio continente isola, almeno fino all’ 11 settembre 2001…

A occidente dell’Eurasia le isole atlantiche e in particolare l’Islanda fanno parte sempre della storia e della geografia d’Europa, almeno dalle spedizioni vichinghe in poi.

Notiamo infatti come la grande epopea scandinava sia arrivata da una parte alle coste americane (la Groenlandia e la Vinlandia) e dall’altra abbia attraversato per via fluviale l’intera Russia, dal Baltico al Mar Nero, per non parlare dei Normanni in Sicilia.

L’unità eurasiatica da Reykjavik a Vladivostok, al di là dell’assonanza, è quindi una REALTA’ GEOPOLITICAMENTE (cioè geograficamente e storicamente) OMOGENEA.

L’Islanda in questo senso, per la sua collocazione nord-Atlantica, non è solo parte integrante del mondo europeo scandinavo, ma eventualmente avamposto della difesa dell’Eurasia in quel settore, contro la minaccia marittima dell’altro lato dell’Atlantico. Non per nulla, cosa poco nota, fu occupata subito dalle truppe angloamericane che attaccavano la “Fortezza Europa” nella II Guerra Mondiale.

La Groenlandia stessa, legata oggi alla Danimarca, pur se lontana geograficamente, è parte di questa storia europea.

E’ la più grande isola del mondo, con i suoi 2.175.000 kmq.

Thule (l’attuale Qaanaaq) tra lo Stretto di Nares e la Baia di Baffin è l’estremo avamposto proprio di fronte alla costa americana. Per esser precisi alle isole del nord Canada.

L’Eurasia unita delineata dalla Geopolitica sarebbe indubbiamente il più esteso stato del mondo, con una popolazione etno-culturalmente omogenea, ma con una ricchezza di minoranze che rappresenterebbero i naturali punti di saldatura con le nazioni e i popoli delle altre “nicchie geopolitiche” confinanti: arabo-mediterranea, turche, iraniche, sino-mongoliche.

E non dimentichiamo che lo stesso continente americano, sia quello “latino” ispano-lusitano a sud che, a nord, il Quebec francofono, hanno ancor oggi strettissimi rapporti di sangue, di lingua, di civiltà con il nostro mondo e l’Eurasia così delineata.

L’Eurasia inoltre, per le sue dimensioni e la sua potenza, per la sua cultura e la sua pluralità creativa, rappresenterebbe un fattore di stabilità, di pace e di vero progresso nella Tradizione per tutti i popoli al di qua dell’Atlantico e del Pacifico.

Una stabilità di equilibrio offerta soprattutto dal riconoscimento dei rispettivi limiti geopolitici di appartenenza, in sinergica collaborazione tra aree comunque autarchicamente autosufficienti.

Ma, ovviamente, anche gli strateghi mondialisti della superpotenza oceanica USA conoscono la Geopolitica, le sue regole, i suoi confini.

Essa è materia di studio nelle università americane e nei centri strategici militari.

Del resto è già dai tempi dell’Ammiraglio Mahan che le FFAA U.S.A hanno tracciato le linee espansive della loro geostrategia planetaria.

Il mito mobilitante del “Far West”!

La marcia ad Ovest che prosegue idealmente il viaggio previsto da Colombo dall’Europa all’Asia, prosegue tutt’ora.

Oggi in Afghanistan, in Iraq, in Medio Oriente, con la base fissa di Israele, domani ancor oltre contro Cina e Russia: QUINDI contro il nostro retroterra strategica, di noi europei.

Già l’Europa occidentale fu sottomessa nella II Guerra Mondiale e incatenata nei trattati asimmetrici con al centro l’America, come la NATO, oramai superata, attorno all’asse oceanico atlantico.

Una logica geopolitica “marittima” che ritroviamo nell’opera del trilateralista Huntington.

La nuova Europa che si tenta oggi di formare sarebbe solo un moncherino se fosse privata della sua naturale proiezione geopolitica siberiana, delle sue materie prime , ma soprattutto del suo SPAZIO vitale che in Geopolitica fa la potenza di uno stato, anzi E’ POTENZA.

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Lo scontro tra Eurasia e America, fra Terra e Mare, fra Civiltà tradizionale e Mondo Moderno, tra Imperium e globalizzazione è inevitabile alla lunga, perché iscritto nelle leggi immutabili della Storia e della Geografia.

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O sapremo riconoscere l’inevitabilità del nostro destino geopolitico ed agire di conseguenza o saremo destinati a scomparire in un pulviscolo di staterelli impotenti, assoggettati tutti dall’unico comune denominatore dell’american way of life, il vero nome della globalizzazione mondialista.

Carlo Terracciano

http://www.alternativa-antagonista.com/Documenti%5CEURASIA.htm

Il lungo calvario del “davai”!(“avanti”!)

Sì, e pensare che a “loro” sono ancora intestate strade e strutture. Mi riferisco a due fra i mille e mille criminali del secolo trascorso. In un mare di criminali rossi, almeno due, in particolare, emergono: Palmiro Togliatti e Edoardo D’Onofrio. Scrivo queste righe per ricordare quanto è stato dimenticato da personaggi che ancora oggi, tanti di loro ancora in attività politica, si nascondono dietro una maschera di candida ingenuità, corresponsabili di quanto più avanti scriverò. La responsabilità di questa orrenda pagina di storia non va addebitata solo al Migliore (Palmiro Togliatti) e al suo vice, D’Onofrio, ma anche ai vari D’Alema e Occhetto che non hanno sentito il dovere di denunciare i crimini commessi dai vertici del Pci.

Descrivere il peregrinare di Togliatti e di D’Onofrio fra l’Italia e l’Urss ci porterebbe molto lontani e, avvalendomi di un lavoro dell’indimenticabile Franz Maria D’Asaro, voglio iniziare il racconto a partire dal 1941, dopo l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Urss, quando cominciano ad affluire nei campi di concentramento sovietici i soldati italiani fatti prigionieri; campi affidati, dai sovietici, al controllo di D’Onofrio. Raccontare i supplizi ai quali furono sottoposti quegli sventurati sarà mia cura accennarlo più avanti. Cominciamo a ricostruire le vicende del sottocapo del Migliore, Edoardo D’Onofrio, quando questi fu sottoposto a processo nel luglio del 1949, processo che mise in luce la sua spietatezza esercitata sui prigionieri italiani in Russia. Nel frattempo D’Onofrio divenuto senatore del Pci e addirittura Vicepresidente del Senato, ebbe l’impudenza di intentare causa contro cinque reduci dall’Urss, accusandoli di averlo diffamato. Ma il querelante subì uno smacco: i cinque reduci furono clamorosamente assolti. Ecco, sommariamente, quali erano le prove che D’Onofrio esibì.
Nell’aprile del 1948 venne stampato e diffuso, sotto il titolo “Russia”, un numero unico a cura dell’Unione Italiana Reduci di Russia; a pagina sette c’era un articolo dal titolo Edoardo D’Onofrio”, nel quale si poteva leggere: . Scrive ancora Franz Maria D’Asaro che la relazione portava le seguenti firme: Domenico Dal Taso, Luigi Avalli, Ivo Emmett e altri. E ancora a pagina sedici si poteva leggere: .

Nel corso del dibattito processuale emersero testimonianze disastrose per il senatore comunista. Si appresero, infatti, dettagliate conferme delle sevizie morali che il luogotenente di Togliatti infliggeva ai prigionieri, denunciando senza pietà alla polizia politica sovietica tutti coloro che si rifiutavano di cedere ad un vasto repertorio di lusinghe e di minacce. E questi bravi italiani finivano regolarmente nei campi siberiani dove morivano uccisi dagli stenti, dal freddo ed anche dai maltrattamenti. Per tutti valga la testimonianza del bersagliere Santoro il quale, dopo aver respinto le suadenti profferte di D’Onofrio, subito rinnovate con toni minacciosi, si sentì rispondere: .
Appena poterono, i sopravvissuti rilasciarono questo documento:  Il documento, firmato da centinaia di prigionieri, porta la data del 27 luglio 1946.
La testimonia diretta di coloro che vissero quel dramma è riportata di seguito.

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Il 7 dicembre 1998 la televisione italiana trasmise un documentario sulle vicende dei prigionieri italiani in Russia. Il filmato ha proposto un “Reportage cinematografico dai fronti della guerra patriottica”, è il titolo di un cinegiornale dell’Armata Rossa con l’intento – propagandistico e a scusante delle atrocità commesse – di presentare al mondo la vita quotidiana dei prigionieri italiani falsando macroscopicamente la verità

Le leggi internazionali stabiliscono precise norme riguardo al trattamento da riservare ai prigionieri di guerra, tali che a questi possa esser garantita la vita, la salute e l’onore.
Troppo spesso l’iniquo trattamento riservato ai nostri soldati caduti prigionieri degli inglesi, dei francesi, degli stessi americani, andava ben al di là di quanto prevedevano le su citate Convenzioni Internazionali.
Infatti nei campi di concentramento degli Alleati, i casi di prigionieri italiani bastonati, incatenati, fucilati o tenuti a regime di fame era, se non la norma, perlomeno frequente. Non è mancato il perverso sistema, anch’esso in contrasto alle già citate norme, di suddividere i prigionieri fra “cooperatori” e “ non cooperatori”, cosa che comportava per questi ultimi ulteriori gravi pene e persecuzioni nel tentativo di spezzarne la resistenza morale e, quindi, la volontà. Vi furono numerosi casi di morti violente, arbitrarie fucilazioni e malattie dovute a un sistematico e programmato cattivo trattamento.

Ma tutto ciò, se pur grave non trova nessuna analogia con le scelleratezze cui andarono incontro i nostri soldati prigionieri dell’Armata Rossa.
Quanti furono i morti?
Ancora oggi non se ne conosce il numero esatto!
Come non evidenziare, a questo punto, lo scarso impegno (se non addirittura l’indifferenza) del Governo italiano nel pretendere dall’URSS un responsabile contegno nei confronti di un così tragico problema? Molto ottenne, al contrario, il vecchio Cancelliere tedesco, Adenauer che, prima di firmare gli accordi commerciali con quel Paese, pretese come condizione primaria, la risoluzione della questione dei prigionieri di guerra. In un sol colpo vennero restituiti alle loro famiglie ben novemila “criminali di guerra”.
Nel 1958, per sollecitare un più incisivo impegno del Governo italiano verso quello sovietico, una delegazione dell’Associazione Congiunti Dispersi in Russia fu ricevuta dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi il quale così rispose ai rappresentanti dell’Associazione: “Purtroppo il Vostro problema è stato sacrificato per ragioni di Stato”.
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Durante le furiose battaglie e il tragico ripiegamento del dicembre 1942 e gennaio 1943, la radio russa comunicò che erano stati catturati circa 80 mila soldati dell’ARMIR. Certamente è una cifra gonfiata in eccesso per ovvi motivi di propaganda. In proposito Aldo Valori, nel volume “La Campagna di Russia; CSIR-ARMIR, 1941-1943”, a pagina 739 scrive: .
Effettivamente la furia della battaglia che divampò fra il 15 dicembre 1942 e il 31 gennaio 1943 divorò interi reparti. A questo proposito è sintomatico il tributo di sangue del reparto lanciafiamme del Comando Corpo d’Armata che lasciò sul campo il 91% della sua forza; infatti su 310 effettivi se ne salvarono 29.
E’ interessante quanto riportato in merito nella seconda edizione della “Grande Enciclopedia Sovietica”, pubblicata nel 1953 – Volume XIX, pagina 85, dove si stabilisce che le perdite complessive degli italiani nella campagna di Russia assommano a 150 mila unità. I prigionieri sarebbero stati solo 21 mila.
In questo tragico balletto di cifre, scandalosamente reticente, s’introdusse anche Palmiro Togliatti che, in una trasmissione da Radio Mosca, chiamata “La Voce della Verità”, esasperato perché in Italia si dubitava dell’esattezza delle notizie che venivano dall’URSSS, ribadiva che i prigionieri italiani erano 115 mila.

Consideriamo come più veritiera la cifra, come sopra indicata di 60 mila prigionieri italiani, dato che di 40 mila se ne è perduta la traccia, si evince che i due terzi risultano “dispersi”; perdite di gran lunga superiore a quelle fornite sui decessi che avvenivano nei famigerati lager tedeschi che raggiungevano il 40% degli internati.
L’agonia dei nostri soldati iniziava sin dal momento della loro cattura, sospinti e brutalmente malmenati al grido di “davai”.
Scrive Aldo Valori a pagina 742 del già citato volume: .
Un’agghiacciante testimonianza su queste brutalità ci è fornita da Gabriele Gherardini nel suo volume “La vita si ferma”, dal quale riportiamo ampi stralci: . Poi avvenivano le perquisizioni che erano, in effetti, vere e proprie spoliazioni non solo di oggetti, ma addirittura di quel vestiario che, bene o male, riparava i corpi dal terribile inverno russo.
Una volta giunti al campo, così Gherardini continua: …E iniziò la rapina di quegli indumenti che erano sfuggiti alle prime persecuzioni, furono sottratti perfino i pantaloni. ..
E la fame, la fame era il supplizio peggiore alla quale erano sottoposti i nostri soldati; si pensi, ricorda Aldo Valori, che durante una marcia di dodici giorni il cibo venne distribuito due sole volte!
La testimonianza più viva viene fornita da chi quelle vicende le visse di persona; riporta Gherardini a pag. 201: .
Finalmente (!) si giunse a destinazione, nei lager russi, in quei luoghi dove le sofferenze e le umiliazioni toccarono il loro apice. Ma dove l’orrore raggiunse il massimo fu nei due campi di Oranski e di Krinovaja.
Ci è dato citare di nuovo la testimonianza di Gherardini. A questo punto dobbiamo scusarci con il lettore di quanto più avanti dovrà prendere atto. La Storia, ma soprattutto la memoria non può, non deve fermarsi davanti al buon gusto, al ribrezzo, all’orrore. Sono fatti realmente avvenuti e quindi vissuti che hanno reso i carnefici mostri e mostri le stesse vittime.
Ciò premesso, ecco quanto scrive Gherardini a pag. 221:S.
In questo quadro infernale, a causa dell’assoluta mancanza delle più elementari norme igieniche, si scatenò nei campi una violenta dissenteria sanguigna che in pochi giorni si sviluppò in forma violentissima i cui effetti furono letali.
Il contagio della pestilenza era favorita dalla mancanza d’acqua. Ricorda sempre Gherardini che nel campo di Krinovaja c’era un pozzo sempre affollato che alla fine, per la ressa selvaggia, inghiottì un prigioniero che morì all’istante congelato. Non per questo gli uomini assetati si dissuasero dall’attingere acqua nel luogo dove galleggiava il cadavere. Dopo pochi giorni altri uomini precipitarono nel pozzo e nuovi cadaveri ne ostruivano la bocca. Si attingeva acqua scostando i corpi. Alla fine, quando i prigionieri lasciarono il campo, il pozzo era colmo di cadaveri.
Queste brevi note non sono che una sintesi di quanto i nostri compatrioti soffrirono in quegli anni e la cui memoria tende ad offuscarsi, oltre che per il tempo anche per la manigolda politica tendente a “che certe storie è bene non ricordarle per non dispiacere a qualcuno”.

Per gentile concessione di Filippo Giannini

Nota

Sito di riferimento:

http://fondazionersi-roma.blogspot.com/2009/10/in-ricordo-dei-soldati-italiani.html

drieurochelle

Pierre Drieu La Rochelle

Maggio 1944

Povera Europa, ti abbandoni ai quattro venti del tuo disastro.

Vento asiatico, vento slavo, vento ebraico, vento americano.

E non lo sai. Sarai morta senza saperlo.

Questo perchè non hai coscienza di te, o hai perso questa coscienza, o non l’hai ritrovata. Hai avuto una coscienza, ma ne hai perso man mano gli strumenti.

Coscienza cristiana: coscienza per il papato, la Chiesa, i grandi ordini.

Coscienza per l’espansione franca, per l’espansione germanica, per la feudalità, per l’Impero.

Coscienza per l’arte francese, l’arte italiana, ancora l’arte francese, l’arte tedesca, l’arte inglese. Coscienza per i Rinascimenti, la Riforma, la Rivoluzione.

Coscienza per la filosofia, la scienza.

Coscienza per la monarchia, l’aristocrazia, la borghesia, il proletariato.

Coscienza per il socialismo.

Coscienza per la sofferenza del 1914-1918, coscienza per Ginevra. Coscienza per il fascismo e l’antifascismo, il comunismo e l’anticomunismo.

Non hai ancora acquisito la tua nuova coscienza per l’internazionale delle nazioni, per la federazione delle tue potenze grandi e piccole che eleggevano un’egemonia per l’unità del tuo socialismo. E, senza dubbio, l’acquisirai troppo tardi.

Europa, tu che non sei un Impero, sei invasa da due Imperi.

Quello russo e quello americano.

Questi due Imperi vogliono la tua sconfitta e tu non lo sai.

Addirittura, ti presti al gioco di questi imperi tramite le tue forze disgiunte.

Molti europei sono partigiani dell’Impero russo e molti sono partigiani dell’Impero americano. Essi chiamano, con tutta la loro voce, lo spiegamento e l’esplosione della forza russa e della forza americana sull’Europa. Essi si rallegrano quando le orde asiatiche e slave entrano in Europa, nelle tue provincie di Romania e di Polonia, quando le flotte americane bombardano la patria delle tue patrie: l’Italia, dove, dopo lustri di decadimento, conservavi una delle tue più preziose e antiche immagini in quasi completa integrità fisica.

Già dal 1941 una delle tue isole avanzate, l’Irlanda, era calpestata dagli americani e tu non te non te n’eri preoccupata.

L’impero britannico era, nel mondo, una presenza dell’Europa (una compensazione al decentramento, alla stravaganza dell’Inghilterra fuori dall’Europa). Ora questo Impero è subordinato in maniera umiliante agli Imperi americano e russo.

In America esso ha perduto quasi tutto ciò che vi aveva, in un certo senso in nome dell’Europa. E’ una sconfitta e una umiliazione europea il fatto che le isole inglesi della costa americana siano occupate dalle guarnigioni americane; c’è da aggiungere che il Canada scivola nella versatilità americana.

Risulta una minaccia per l’influenza europea nel mondo il fatto che le repubbliche sud-americane, così legate all’Europa, si pieghino sotto il giogo americano l’una dopo l’altra, e che anche l’Intelligence Service sia costretto, causa quel giogo, ad intrighi deboli e nascosti contro lo sbarco yankee.

Stessa situazione nel Pacifico e in Asia, dove ciò che l’Inghilterra non ha ceduto ai giapponesi o ai cinesi, deve abbandonarlo alle iniziative difensive e offensive degli americani.

Ed ecco che l’Inghilterra deve dividere con la Russia e con l’America anche l’Africa, il Vicino e il Medio-Oriente.

Si può dire la stessa cosa per l’Impero francese, per l’Impero portoghese, per l’Impero spagnolo, per l’Impero olandese.

E più di tutti gli altri europei, gli Inglesi fanno i furieri degli Americani e dei Russi. Le isole britanniche, infatti, dopo Guglielmo il conquistatore sono affolltate da milioni di americani ignoranti e sprezzanti. L’Inghilterra è occupata dagli extra-europei ancor prima che lo sia tutta l’Europa.

Se l’Inghilterra è terribilmente colpevole contro l’Europa, anche la Germania lo è. Abbandonando il proprio impero, l’Inghilterra abbandona i suoi beni, i possedimenti e i prestigi dell’Europa all’estero, scatena la doppia invasione della Russia e dell’America; d’altro canto, la Germania impedisce alle comunità europee di confederarsi intorno ad essa, non sapendo oltrepassare il suo nazionalismo, il suo imperialismo, non sapendo trasformare la sua rivoluzione particolare in una rivoluzione universale, non sapendo eliminare tutti gli elementi arretrati che veicola ancora in sè: essa, pura forza socialista, brucia sull’altare della patria europea. Nel 1940 la Germania non ha capito il proprio compito, l’ha solo presentito oscuramente: ha pronunciato la parola Europa senza mettervi niente di più di un vago fremito istintivo.

Assorbito dalla sua giusta visione del pericolo russo, il preveggente Hitler ha sempre agito con saggezza in funzione di questo pericolo.

Ma non ha capito che i gesti da lui compiuti fuori della Russia non potevano non essere scorti dagli interessati nel loro rapporto con quel pericolo ignorato, nato in una vasta zona dell’Europa.

Credeva che le “occupazioni” fossero solo una tappa verso qualcos’altro, verso la ripresa della marcia ad Est, forse solo parate secondarie e acessorie rispetto a quel movimento essenziale. Ma esse non sono state considerate tali dagli interessati, i quali vi hanno visto solo il preludio a volgari conquiste.

Abbiamo dunque una serie di territori occupati che si ritengono gli elementi virtuali di un accatastamento imperialista; non si può trasformarli nelle trasposizioni viventi di una dichiarazione scritta, volontariamente orientate verso una egemonia elettiva, se non si spande ovunque un soffio comune, un movimento comune, che coordinino in una azione e in una speranza comuni gli abitanti sconcertati di questi territori.

A queste popolazioni, le quali in quanto occupate si considerano in procinto di essere conquistate, non si può chiedere di offrire operai e soldati se non si propone loro al tempo stesso un impegno interiore. Impegno che, essendo simultaneamente interiore ad ogni popolo d’Europa, si riveli comune a tutta l’Europa.

Le genti di Polonia e di Bretagna, di Norvegia e di Grecia non possono aver voglia di difendere l’unione dei loro paesi in quanto Europa, a meno che non si dia loro qualcosa di nuovo da difendere; qualcosa che in quanto europei, li sta ora interessando.

L’Europa non può interessarsi a se stessa come un ricordo da resuscitare, un ricordo ignorato dalla maggioranza; si può interessare solo ad un nuovo impegno, il quale potrà renderle tangibile la sua esistenza, che questa inizi o che ricominci.

Può capire la guerra esteriore solo nelle opere di una guerra interiore; può capire una guerra contro il comunismo solo nella realizzazione della guerra socialista.

La Germania poteva suscitare l’interesse dei popoli alla sua presenza, permettere loro di vederla sotto una angolazione diversa da quella dell’occupante, solo facendo di questa presenza una presenza rivoluzionaria. I Tedeschi non interessano in quanto Tedeschi, non più degli Inglesi, Americani o Russi; ciò che interessa è quello che gli uni e gli altri possono apportare. Gli uni il comunismo, gli altri la democrazia capitalista; i tedeschi dovevano imporre il socialismo.

Ogni occupazione tedesca doveva trasformarsi in una rivoluzione nazionale; sarebbe stata una palpitazione della rivoluzione europea.

Inizialmente i popoli sono rimasti delusi dalle occupazioni tedesche, proprio perchè sono sdtate delle occupazioni; ci si rassegnava nel bene o nel male; ci si rassegnava ad essere rovesciati.

C’era un’invocazionein quel terrore che, nel 1940, aveva preceduto l’arrivo delle armate tedesche: si credeva che fossero delle armate rivoluzionarie, più rudi, ma al tempo stesso più innovatrici.

Purtroppo non è successo niente: erano solo armate d’altri tempi e, in un primo momento, solo più gentili di quelle.

Dapprima sono apparse rassicuranti; poi si è iniziato a dare voce alle lagnanze, divenute sempre maggiori. Avremmo preferito essere più scossi all’inizio, sconvolti.

Si è trattato solo di una occupazione militare la quale, contro le varie difficoltà, ha potuto reagire solo con i mezzi militari e, poi, polizieschi. Non abbiamo conosciuto il nazionalsocialismo, abbiamo conosciuto solo gli eserciti e la polizia. Non abbiamo conosciuto il contenuto della Germania hitleriana, ma solo i suoi strumenti esteriori.

La Germania ha voluto rispettare l’antica convenzione delle autonomie, delle sovranità nazionali. Allora ha dovuto impiegare i mezzi, non meno convenzionali di quelli che si usavano in passato, per circuire e assediare queste autonomie: mezzi di pressione diplomatici, finanziari, economici, militari, politici.

Ma c’era bisogno dei mezzi più nuovi, più rispettosi, più vitali della conquista rivoluzionaria.

Fare appello alle grandi alleanze intime, dirette, tra il genio del popolo tedesco e il genio degli altri popoli, tra le forze rivoluzionarie di Germania e di altre nazioni. Per poggiare l’egemonia militare sulla federazione delle rivoluzioni.

E’ ciò che, invano, avevano cercato di fare gli Anglo-americani; è ciò che, di sicuro, faranno i Russi.

Gli Americani hanno dei veri alleati: i democratici; i Russi hanno i comunisti; i Tedeschi non hanno riconosciuto i loro alleati naturali, i socialisti europei.

Ma questi, pochi all’inizio, potevano sviluppare le loro forze solo in un clima di tumulto generale, di convergenze ardenti.

La Germania ha avuto paura. Temendo per la coesione e l’efficacia del suo esercito, la Germania ha avuto paura di farne un’arma rivoluzionaria; ma i soli eserciti che hanno fatto storia nel mondo sono stati quelli delle rivoluzioni armate.

La Germania ha avuto paura di cessare di essere se stessa per divenire l’Europa; la sua aquila non è divenuta una fenice pronta a rinascere dalle proprie ceneri.

E’ dunque troppo tardi? La comunità delle sofferenze per i massacri russi e americani, gli incendi, le rovine,: tutto ciò va forse a confondere occupanti e occupati, conquistatori e conquistati, difensori e difesi? Ci sono ancora frontiere, in Europa, per i nugoli di aerei americani, per le orde asiatiche? Ci sono ancora dogane tra le folle ridotte alla miseria? Può esserci forse una bandiera diversa da quella rossa, sulla superficie di un continente interamente ridotto al socialismo marxista, volente o nolente? Chi mai potrà risollevare l’Europa dalle rovine, se non il socialismo? Non saranno certo le banche o i trusts.

Ora è tempo che i Tedeschi non solo proclamino, ma realizzino il socialismo europeo sulle rovine dell’Europa. Perché, in mezzo a queste rovine, c’è ancora la nostra anima da difendere.

Il momento peggiore è quello migliore.

Le trasmutazioni sociali decisive si compiono in piena guerra.

E’ stato in piena guerra che l’Inghilterra puritana, la Germania luterana, la Francia giacobina e la Russia leninista, hanno compiuto i passi decisivi nella lotta all’interno.

E’ in piena guerra, quando i russi avanzano, che bisogna compiere i gesti decisamente europei e socialisti.

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Super Google spaventa il mondo

Controllo dati e telefonini: i nuovi timori di governi e imprese


Fog, «fear of Google ». Il timore che l’azienda di Mountain View possa diventare un «monopolista della conoscenza» difficile da scalfire e con un’incredibile forza di penetrazione nelle vite della gente è ormai talmente diffuso che un paio d’anni fa, per evocare le paure suscitate da Google, è stato addirittura coniato un acronimo.

Preoccupazioni che avevano cominciato a prendere forma fin dal 2004, quando l’azienda fondata da Larry Page e Sergey Brin cominciò ad assumere la forma di una corazzata dell’«information technology ». Che fin dall’inizio non nascose l’ambizione — allora considerata un po’ «naive» — di «organizzare tutta la conoscenza del mondo». Quelle paure, oggi meno citate di qualche anno fa dalla stampa, sono sempre più diffuse e radicate a livello di governi e nelle grandi imprese: la crescita tumultuosa di Google e lo sviluppo di tecnologie potentissime e ubique, capaci di radiografare gli angoli più remoti della realtà, hanno — infatti — nel frattempo moltiplicato le aree «sensibili». Non si tratta più solo del controllo dei due terzi del mercato mondiale della ricerca di dati e informazioni o del sistema di posta G-mail che scruta elettronicamente ogni messaggio e invia avvisi pubblicitari personalizzati all’utente «spiato».

Le incognite del futuro riguardano anche nuove aree come le comunicazioni telefoniche nelle quali Google sta entrando con la piattaforma Android e i sistemi Google Voice e Google Wave. Certo, oggi i business prevalenti sono ancora quelli legati agli 800 milioni di computer quotidianamente attivati in tutto il mondo. Qui, collegando i suoi vari sistemi — dalla «biblioteca universale» a Google News, dagli archivi sanitari «on line», ai video di YouTube — il gigante della Silicon Valley è teoricamente in grado di costruire una sterminata mappa di profili personali sempre più articolati e penetranti: non più soltanto cosa consumi (gli acquisti online, gli annunci pubblicitari realmente con­sultati) e dove vai (prenotazioni di voli, treni, alberghi, concerti o tea­tri), ma anche dove sei in questo momento (dal sistema di localizzazione «Latitude» al nuovo servizio stradale basato su tecnologia satellitare Google Maps Navigation lanciato proprio ieri negli Usa). E poi, ancora, come stai (dati sulla salute), qual è il tuo presumibile orientamento politico e cosa leggi ( consultazione di siti d’informazione online, accessi alla «biblioteca universale», acquisto di libri digitali).

La società californiana si difende negando di comportarsi da monopolista e sostenendo di aver sempre rispettato il motto dei suoi fondatori: «Don’t be evil», non fare mai del male. Ma davanti all’infinita potenza tecnologica di Google, alla concentrazione delle sue strutture in un solo Paese (gli Stati Uniti), la capacità di quest’azienda di far evaporare i «business model» di interi settori produttivi (dai giornali, sempre più in crisi, alle tv, le cui fondamenta vengono erose dalla crescita espo­nenziale di YouTube) e di trasformare con un «click» la «privacy» dei cittadini in un «optional», il problema non può essere ridotto alla buona fede dei fondatori e di Eric Schmidt. Anche se si ha fiducia nel vertice attuale di Google, nessuno può garantire per il futuro. E, come abbiamo visto nel caso delle banche «too big to fail» (troppo grosse per essere lasciate fallire), certi problemi è meglio affrontarli per tempo. Ma, probabilmente, non è nemmeno questo il punto.

La questione vera è che l’accelerazione dello sviluppo tecnologico di Google sta creando scenari economici, sociali e anche giuridici mai immaginati prima: problemi che pochi percepiscono e nessuno sembra in grado di affrontare.

Basta pensare a quello che sta per accadere nel mondo dei telefoni dove sono già attivi 3 miliardi di cellulari e, soprattutto, 600 milioni di «smart-phone», capaci di collegarsi a Internet. Per questi apparecchi Google ha sviluppato la piattaforma Android e, in primavera, ha lanciato in via sperimentale il servizio telefonico via web Google Voice e Google Wave: un sistema che registra e archivia tutte le comunicazioni di un utente che vengono trasformate in byte e che viaggiano (gratis) su Internet, anziché sulle normali linee telefoniche. Chiamate che possono sempre essere riascoltate o aggregate con altre comunicazioni per nomi o per argomenti. Quando questo sistema sarà pienamente operativo, l’utente americano (in Europa i problemi regolamentari sono più complessi) che dà carta bianca a Google pur di risparmiare sulla bolletta, non saprà più nemmeno lui quali delle sue telefonate sono passate per i normali canali di tlc (che registrano la chiamata ma non il contenuto della conversazione) e quali, invece, sono state dirottate automaticamente su Internet perché il «software» di Google ha individuato in quel momento una connessione-dati affidabile.

Proviamo solo a immaginare cosa, un domani, tutto ciò potrà significare per le indagini disposte dall’autorità giudiziaria: delle chiamate fatte via Internet la società telefonica legata contrattualmente a quel telefonino non saprà nulla. Quella telefonata sarà stata integralmente registrata, ma si troverà in un «server» lontano, probabilmente negli Usa. Casi come questo si moltiplicheranno man mano che la convenienza economica spingerà individui e imprese a trasferire dati e «file» dai computer domestici e aziendali alle cosiddette «nuvole»: giganteschi «depositi di megabyte» offerti da operatori come Google.

Il «cloud computing» è il nostro futuro: se ne è convinto anche il governo Usa che si sta già preparando. Hanno cominciato ad accettare questa realtà, sia pure con scarso entusiasmo, anche aziende come Microsoft e Yahoo!

Ma le domande principali rimangono senza risposta.

Chi sarà il re delle nuvole?

E chi lo controllerà?

Massimo Gaggi


29 ottobre 2009

www.corriere.it

partigiani

Ferite mai curate.

Cicatrici troppo visibili.

Ieri sera abbiamo visionato una delle puntate dell’interessantissimo (e poco apprezzato)  programma di Giovanni Minoli “La Storia Siamo Noi” dal titolo: 1945 – Nodo di Sangue.(la puntata è integralmente visibile QUI ). Come si percepisce immediatamente l’intenzione del documentario è quello di analizzare gli avvenimenti e la scia di sangue lasciata da alcune bande di partigiani all’indomani della fine della guerra e quindi di far rivivere il tragico periodo immediatamente successivo al 25 Aprile 1945.

Dopo aver letto i libri di Pisanò prima, e di Giampaolo Pansa poi, eravamo curiosi di conoscere il modo con cui il sempre ottimo Minoli ha affrontato un argomento che definire “spinoso” è un puro eufemismo. L’ondata di polemiche e di tristo livore che ha accompagnato l’uscita delle pubblicazioni di Pansa costringe chiunque voglia approcciare all’argomento quantomeno a muoversi come un elefante fra la cristalleria.

Come al suo solito, Minoli ha integrato le vicende storiche del periodo, ormai ben note a tutti, con i racconti personali di testimoni oculari di quegli anni integrandoli con l’opinione di alcuni storici. In particolare il documentario si è soffermato sugli eventi che hanno caratterizzato la zona del Reggiano, zona che come ben sappiamo è stata quella dove le vendette partigiane si sono estrinsecate in tutta la loro furia.

Di particolare interesse è ascoltare il racconto del figlio di Edgardo Marani, un fascista  del Reggiano, assai moderato ma nondimeno barbaramente trucidato (insieme ad altre 5 persone) al termine del conflitto. Tralasciando i particolari narrati dal figlio della vittima, resta evidente come l’azione delle “squadre rosse” che entrarono in azione in quei mesi aveva lo scopo di compiere delle vendette antifasciste persino immaginabili alla fine di una guerra civile, ma nel contempo macchiandosi di eccidi contro individui che avevano certamente militato nell Partito Fascista (anche Repubblicano) ma erano certamente rei di evidenti colpe nè avevano partecipato ad eccidi di cui avevano scontato un’ingiusta colpa.

La gravità di quegli eccidi sta proprio in questo passaggio: furono uccisi centinaia (se non migliaia) di individui innocenti, che, in taluni casi, si erano perfino distinti per comportamenti morigerati anche durante la Guerra Civile. E il fatto che ancora oggi per qualcuno sia tabù il solo parlarne o ricordarne gli eventi, rende ancora più incomprensibile la scia di polemiche che ha accompagnato la pubblicazione dei libri di Pansa, uno strano “vocio” che sembra pervenire ormai da un oltretomba sepolto dalla storia. Giampaolo Pansa forse non sarà un esimio storico (ma non ha nemmeno l’intenzione di esserlo) ma, oltre ad essere un ottimo giornalista, ha avuto il merito di “sdoganare” e rendere di pubblico dominio degli eventi la cui memoria fino a questi anni era solo destinata a poche decine di specializzati del settore. E il successo che hanno avuto i suoi libri dimostra che il “buio” sugli avvenimenti di quei giorni era pressochè totale.

Ma torniamo al documentario.

Altra rara testimonianza riportata da Minoli è quella di Piero Sebastiani, arruolatosi nel 1943 come volontario nelle Brigate Nere, e successivamente autore di alcuni libri di memorie dove ha riportato quelle tristi ma dignitose esperienza. Quello che rende merito a Sebastiani sono principalmente due aspetti:

- l’essersi arruolato dalla parte dei cosiddetti “Repubblichini” perchè schifato dalla perdita d’onore a cui fu sottoposta l’Italia, quell’Italia dei voltagabbana savoiardi che si erano schierati con gli Alleati dopo l’armistizio di Cassibile. Stessa scelta quella del Sebastiani che praticarono molti giovani del NordItalia. Una scelta di cui per molti anni si sono dovuti ingiustamente vergognare.

- l’aver chiaramente ammesso di essere rimasto inorridito davanti alla ferocia dei battaglioni delle SS che compivano impunemente stragi contro dei civili inermi, ed essere stato costretto controvoglia a continuare la guerra dalla parte sbagliata solo per aver salva la pelle, non foss’altro per dare un contributo di coerenza, tanto raro nell’Italia di oggi.

La determinazione con cui Sebastiani ribadisce questi concetti a distanza di 64 anni ci mostra come quelle generazioni fossero permeate di un’ideologia e di una moralità a cui le generazioni attuali sono distanti anni-luce.

Ovviamente all’interno del documentario non poteva mancare la testimonianza  diretta di alcuni partigiani combattenti, ognuno dei quali ha il merito di raccontare la propria esperienza in maniera molto passionale . Ma fra tutti questi racconti è proprio l’opinione di Gaetano Davolio, presidente della sezione dell’ANPI di Campagnola (RE), che stona all’interno del coro.  Purtroppo, ma non è il solo, questo signore riesce ancora a giustificare quelle atrocità, ammettendo che tuttalpiù ci sarebbe stato qualche “episiodio di vendetta personale” ma che i vertici del CLN e del CVL non appena cessate le ostilità si sarebbero prodigati per evitare inutili spargimenti di sangue. Le sofferenze di una guerra civile sono percepibili anche a distanza di molti anni, ma ci pare ormai incomprensibile la posizione di alcuni testimoni dell’epoca che tendono ancora oggi a sminuire il barbaro operato di alcuni loro “compagni”, nonostante ormai siamo più che comprovati gli eccidi di quei mesi, specialmente in alcune zone dell’Emilia Romagna.

Ma se può apparire perfino “giustificabile” l’opinione di un anziano partigiano, rimane inaudita la posizione di due cosiddetti “storici”: Massimo Storchi e Claudio Pavone.

Il primo, Massimo Storchi, è autore di un libro intitolato “Il Sangue dei Vincitori” teso a dimostrare che i rastrellamenti, le deportazioni, le fucilazioni e le torture perpretate dai “repubblichini” (!) avessero trovato il loro naturale sfogo in quel clima di giustizia sommaria dei giorni successivi la Liberazione. Dal titolo stesso è palese la volontà se non di sbeffeggiare, ma comunque di cavalcare l’onda del successo dei libri di Pansa, e al contempo di confutarne alcune delle tesi principali.

Quando si parla di Claudio Pavone invece, si parla addirittura di un Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana oltre che di un esimio storico, partigiano e antifascista italiano “vicepresidente dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia, presidente della Società italiana per lo studio della storia contemporanea“, catalogato come uno degli eminenti e più autorevoli rappresentanti di quella vulgata antifascista che ha permeato, se non egemonizzato, il panorama culturale italiano degli ultimi 60 anni, monopolizzando lo studio della Storia Contemporanea.

E’ paradossale che anche Pavone tenda quasi a giustificare gli eccidi di quei giorni con le colpe additate ai Fascisti durante il periodo della Repubblica di Salò. Il compito di uno storico sarebbe appunto quello di approfondire la storia e sviscerarne gli avvenimenti e le concause più documentate ma non quello di autoinglobarsi nella cosiddetta “storiografia di sinistra”, tanto cara agli ambienti culturali ed accademici della seconda parte del secolo scorso.

La visione del documentario ci ha lasciato uno strano sapore in bocca.

Appare chiaro che dopo 64 anni ancora non siamo riusciti a superare quegli eventi. La cosa ben più grave è che ricercatori meno attempati come Storchi portino ancora avanti le tesi degli storici più anziani, spesso diretti testimoni di quell’epoca e che n molti casi non hanno avuto l’onestà intellettuale per giudicare in maniera serena taluni avvenimenti. Pavone, in fondo, ha vissuto la sua carriera di storico per dimostrare che le tesi che a suo modo sono inoppugnabili avendo sicuramente seguito una condotta accademica a suo modo coerente .

Ma cosa spinge uno storico (?) come Storchi a propugnarci ancora tesi che poteva no aver significato sostenere soltanto fino a qualche decennio fa?

Abbiamo voluto verificare se le opinioni espresse da Storchi in occasione di questo documentario fossero state ribadite in altre occasioni. Ed infatti non c’è alcun dubbio che quantomeno lo storico rimane sempre coerente nelle sue affermazioni. Leggiamo insieme alcuni passi di una sua intervista (http://www.tuttomontagna.it/oldsite/113-05/storchi.htm). Abbiamo evidenziato di rosso i deliri dell’intervistatore e le frasi dello “Storchi pensiero”:


E la violenza esercitata al di fuori degli obiettivi della lotta, perché rimane tabù?

Le è capitato di incontrarne la memoria?

La violenza era parte fondante della cultura fascista, non di quella antifascista che dovette, suo malgrado, affrontare il problema di farne uso. Non appartiene quindi ai partigiani il sentimento di una ‘fierezza guerriera’ (non c’è, ad esempio, l’attaccamento all’arma o il ricordo preciso di nozioni tecniche). Nella memoria dei protagonisti la violenza è stata usata in modi e misure precise perché era necessaria. Finita la lotta, finita la violenza. Questa la regola. Comprensibile quindi la rimozione sull’uso della violenza al di fuori degli obiettivi della lotta, come può essere stata per punire partigiani colpevoli di mancanze, o altrettanto riguardo la violenza sommaria del postliberazione, che, va sempre ricordato, costituì una eccezione (seppur drammatica) alla regola”.

La destra, tra le cui fila c’è il ministro Tremaglia, il quale fece parte delle forze al servizio dell’esercito occupante, è oggi al governo. E’ servito ammazzare tanti fascisti nel dopoguerra?

“Non credo sia corretta l’espressione ‘ammazzare tanti fascisti’. La giustizia (sommaria e/o ufficiale) postbellica è un fenomeno europeo che si verificò in tutti i Paesi occupati dove avevano operato regimi collaborazionisti. Negli altri Paesi le dimensioni della giustizia postbellica furono analoghe, se non superiori (ad esempio in Francia) a quelle italiane. Non dimentichiamo poi che in Spagna il generale Franco, dopo la fine della guerra civile, uccise decine di migliaia di avversari politici prigionieri. Tremaglia è un fascista ministro del governo e di questo mi dolgo profondamente; in Germania sarebbe possibile un nazista come ministro? O in Francia un collaborazionista? Impensabile. Ma l’Italia non è ancora un Paese ‘normale’ e questo ne è segno. Ma è anche uno dei ‘costi’ della democrazia: consentire libere elezioni in cui risultino eletti anche personaggi che con la democrazia hanno nulla a che spartire. Per questo si può dire che i partigiani hanno vinto anche per quelli come Tremaglia”.

Sono state fatte carriere politiche, secondo lei, solo perché c’era il timbrino “Resistenza”, più o meno autentico?

“La Resistenza ha espresso la classe dirigente che ha ricostruito l’Italia democratica: partigiani sono diventati sindaci, cooperatori, sindacalisti, dirigenti, imprenditori. Non bastava un ‘timbrino’ per ricostruire le città, le fabbriche, le scuole. Gli uomini e le donne della Resistenza hanno portato nella società la loro etica che ha fatto progredire tutta la società locale. Le regioni dove più forte è stata la Resistenza, e quindi più numerosi i partigiani, sono quelle oggi più avanzate e progredite. Questo mi sembra un segnale univoco, confermato anche dalla difficoltà che abbiamo avuto di avvicendare quella classe dirigente; una difficoltà che tutti abbiamo sotto gli occhi. Il resto mi sembra misera recriminazione”.

Quindi secondo Storchi:

- I fascisti erano tutti individui violenti

- Il SudItalia che non ha avuto un movimento partigiano forte deve considerarsi colpevole di non avere tra le fila dei suoi governatori degli ex-partigiani e questo giustifica anche storicamente la situazione di disagio in cui versa il Meridione attualmente

- A Tremaglia dovrebbe essere imposto il “confino politico”

- La violenza partigiana postbellica deve essere considerata un’eccezione alla regola “finita la lotta, finita la violenza”

E questi possiamo definirli “giudici storici” ?

Appare ovvio che il cammino verso la “pacificazione” e verso la rigorosa analisi storica è ancora lungo, e certamente le strane “considerazioni” di taluni storici non aiutano questo difficile percorso.

Nel contempo ci dispiace anche constatare che, nonostante gli ultimi 15 anni di presenza Berlusconiana, l’humus culturale propinato dalla Intellighenzia italiana è lo stesso di 50 anni fa: “sinistro” e ormai maldestramente antifascista.

Il problema è proprio questo: ForzaItalia prima, il PDL adesso, sono il partito del Grande Fratello, delle Veline, dei NeoYuppies…un movimento o qualcosa che ci assomigli dove lo spazio alla cultura è praticamente inesistente, mentre sembra vigere soltanto il vecchio detto romano “Panem et Circenses”.

Tra le fila del Partito Democratico invece, oltre al tentativo di assimilarsi al PDL in quanto a porcate e performance sessuofobiche, è in atto una strategia che comporta, per non perdere consensi, alla necessità di barcamenarsi tra una politica di stampo obamiano e contemporaneamente di tenere acceso il focolaio di una cultura  nostalgica basata sugli slogan dell’ANPI, per non disperdere quei voti degli antifascisti sempiterni.

Purtroppo chi ne fa le spese di questo clima culturaleda terzo mondo sono gli Italiani del domani, le generazioni più giovani completamente inebetite dal consumismo e dalla televisione per deficienti.

E allora ci chiediamo: a quali generazioni tocca lottare per un domani diverso ?


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sporca-guerra-afghanistan

Massimo Fini

23/09/2009

Fonte: www.massimofini.it

Dobbiamo piantarla con la menzogna che siamo in Afghanistan, oltre che per portarvi una democrazia di cui a quella gente non importa nulla, per combattere il terrorismo internazionale.

Gli afgani non sono mai stati terroristi, tantomeno internazionali. Non c’erano afgani nei commandos che abbatterono le Torri Gemelle, non un solo afgano è stato trovato nelle cellule, vere o presunte, di Al Quaeda scoperte dopo l’11 settembre. C’erano arabi sauditi, yemeniti, giordani, egiziani, algerini, tunisini, ma non afgani. Nei dieci anni di durissimo conflitto contro l’invasore sovietico gli afgani non si resero responsabili di un solo atto terroristico, tantomeno kamikaze, né dentro né fuori dal loro Paese, e se dal 2006 si sono decisi a ricorrere anche a quest’arma all’interno di una guerra di guerriglia è perché si trovano di fronte ad un nemico quasi invisibile che usa prevalentemente bombardieri, possibilmente Dardo e Predator, aerei senza pilota ma armati di missili, telecomandati da Nellis nel Nevada. Del resto non si può gabellare una lotta di resistenza che dura da otto anni, con l’evidente appoggio di gran parte della popolazione senza il quale non potrebbe esistere, per terrorismo. Gli stessi Pentagono e Cia, nei loro documenti, chiamano i guerriglieri “insurgents”, insorti. Solo il ministro La Russa usa ancora il termine “terroristi”.

In Afghanistan all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle c’era Bin Laden. Ma i Talebani, preso il potere, se l’erano trovati in casa e, dopo gli attentati in Kenia e Tanzania, era diventato un problema anche per loro. Tanto che quando Clinton nel 1998, attraverso contatti discreti, propose al Mullah Omar di uccidere lo sceicco saudita il leader talebano si mostrò disponibile. Inviò a Washington il suo braccio destro, Ahmed Wakij, che incontrò il presidente americano due volte, il 28 novembre e il 18 dicembre. Wakij propose due alternative: o gli americani fornivano ai Talebani alcuni missili per colpire lo sceicco oppure sarebbero stati i Talebani a dare agli Usa le coordinate esatte del luogo dove si trova Osama in modo che potessero centrarlo a colpo scuro. Ma nell’un caso e nell’altro la responsabilità dell’attentato dovevano assumersela gli americani perché Bin Laden in Afghanistan aveva costruito ospedali, strade, ponti, godeva di una grande popolarità presso la popolazione e il governo talebano non poteva assumersi la paternità del suo assassinio. Stranamente Clinton declinò l’offerta (Documento del Dipartimento di Stato, agosto 2005).

In ogni caso Bin Laden è scomparso dalla scena da anni. Si dice allora che, Bin Laden o no, l’Afghanistan è tuttora la culla del terrorismo quaedista, cioè arabo. La Cia ha calcolato che fra i circa 50 mila “insurgents” ci sono 386 stranieri. Ma sono uzbeki, ceceni, turchi. Non arabi. E poi che interesse avrebbero i terroristi internazionali a far base in un Paese presidiato da 110 mila soldati Nato, quando potrebbero stare nello Yemen, dove c’è un governo che li protegge, o mimetizzarsi fra la popolazione in Arabia Saudita, in Giordania, in Egitto per prepararvi in tutta tranquillità i loro eventuali attentati? Al Quaeda, ammesso che esista, è una realtà del tutto marginale in Afghanistan. Ma noi la prendiamo a pretesto per continuare ad occupare quel Paese.

Le altre motivazioni con cui cerchiamo di legittimare la nostra presenza sono: riportare la sicurezza e la stabilità nel Paese, la lotta alla corruzione dilagante, alla disoccupazione, alla droga.

È del tutto evidente che la situazione di insicurezza e di instabilità è provocata proprio dalla presenza delle truppe occidentali perché quel popolo orgoglioso e fiero, che ha cacciato inglesi e sovietici, non tollera occupazioni, comunque motivate.

Stabilità e sicurezza ci sono state nei sei anni del governo talebano. E qui bisogna fare un passo indietro altrimenti non si capisce niente né del fenomeno talebano nè di ciò che accade oggi in Afghanistan. Dopo la sconfitta dei sovietici, i leggendari comandanti che li avevano combattuti, gli Ismail Khan, gli Heckmatyar, i Dostum, i Massud, e i loro sottoposti, in lotta per la conquista del potere, si erano trasformati in bande di taglieggiatori, di assassini, di stupratori che agivano nel più pieno arbitrio. La crescita del movimento talebano fu dovuta a questo. I Talebani, appoggiati dalla popolazione che non ne poteva più di quei soprusi, combatterono e sconfissero i “signori della guerra” e li cacciarono dal Paese riportandovi l’ordine e la legge, sia pure un duro ordine e una dura legge, la shariah. Nell’Afghanistan del Mullah Omar, come mi ha raccontato Gino Strada che vi ha vissuto, si poteva viaggiare tranquilli anche di notte. In quell’Afghanistan non c’era disoccupazione perché il Mullah, sia pur con qualche moderata e mirata concessione all’industrializzazione, aveva mantenuto l’economia di sussistenza. Non c’era corruzione per il semplice motivo che i Talebani facevano impiccare i corrotti. Infine dal 2000 non c’era neppure più traffico d’oppio perché il Mullah aveva troncato la coltivazione del papavero (si veda il diagramma pubblicato dal Corriere il 12/6/2006: nel 2001, anno in cui rileva la decisione presa nel 2000, la produzione di oppio crolla quasi a zero, oggi l’Afghanistan produce il 93% dell’eroina).

E allora cosa dovremmo fare?

Sbaraccare e “lasciare che gli afgani sbaglino da soli”.

E invece restiamo.

Le ragioni le spiega, senza pudore, Sergio Romano sul Corriere (19/9): gli Stati Uniti devono salvare la faccia, i Paesi alleati mantenere il loro “prestigio internazionale”.

E così per la nostra bella faccia continuiamo ad ammazzare uomini, donne, bambini afgani a decine, forse a centinaia di migliaia perché dei morti afgani nessuno tiene il conto quasi che non avessero anche loro, come i nostri “ragazzi”, padri, madri, spose, figli.

Non sono morti uguali ai nostri.

Non appartengono alla “cultura superiore”.

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